VENEZIA 64 - "12", di Nikita Michalkov (Concorso)

12, di Nikita Michalkov, è la rielaborazione del testo scritto per la televisione di Reginald Rose. È innegabile la capacità del regista nell’accarezzare con maestria le sensibilità degli spettatori, ma una eccessiva teatralità dell’impianto e un finale affidato allo stesso regista/interprete, sollevano dubbi e perplessità.

12, di Nikita Michalkov è la rielaborazione del testo scritto per la televisione di Reginald Rose, già utilizzato in Twelve angry men (La parola ai giurati) diretto da Sidney Lumet nel 1954. Il regista russo ne concepisce un impianto più claustrofobico pur mantenendo l’impianto originale. La decisione dei dodici giurati che devono decidere della sorte di un ragazzo ceceno, accusato d’omicidio, sembra scontata, ma i dubbi di qualcuno e la successiva riflessione degli altri conduce, lentamente verso un’altra direzione.

Michalkov, che non fa sconti in tema di teatralità, esaspera i toni e calca la mano sui personaggi, conferendogli una pesantezza che sembra richiamare i toni consueti del dramma russo. È innegabile la capacità del regista russo nell’accarezzare con sapiente maestria le sensibilità degli spettatori portati, con decisione (il film non spicca per eleganza formale), dritti verso la meta che vuole raggiungere, esibendo, all’interno della vicenda principale, una serie di microstorie che i singoli protagonisti raccontano negli assolo che gli sono concessi e che costituiscono un compendio dei guai di un Paese alla ricerca di una propria nuova (?) identità dopo i sommovimenti politici che l’hanno scossa. Da qui l’accentuata claustrofobicità del film. Ma l’effetto non è sempre di un approfondimento, il film, infatti, procedendo per ferrei blocchi, la cui ricorrenza è sufficientemente evidente, appare rigidamente ingabbiato in una struttura ingessata che non lascia sorprese. I racconti, tesi a comporre questo drammatico presente della Russia, Cecenia compresa, non trascolorano mai, sfumando, all’interno del dramma che il film rappresenta, ma costituiscono essi stessi singoli drammi in una successione che alla lunga appare sopra le righe come le interpretazioni, pur apprezzabili, che vengono richieste.

La responsabilità sta nella eccessiva coloritura dei personaggi, quella eccessività che è frutto di una esibita teatralità dall’esito ridondante. I 153 minuti di durata del film contribuiscono a questo dispersivo narrare che Michalkov adotta.

Indubbia la qualità della squadra di attori, di evidente consumata capacità, alla quale il regista si affida. La meta da raggiungere è la sintesi finale affidata al presidente della giuria, che Michalkov riserva a se stesso, riflessione che fa da stimolo ad un Paese che pare preda di una inguaribile patologia sociale e che fa leva su un principio di responsabilità che nella scelta finale, che non appartiene più alla decisione sulla sorte dell’imputato, diventa invito a ciascuno dei giurati affinché le cose possano mutare, ma che, invece, latita, in ciascuno di loro a favore di un egoismo senza sbocco. Solo il personaggio interpretato dallo stesso Michalkov prende sulle proprie spalle questo peso. Viene il dubbio che tutto l’impianto, finale compreso, sia frutto di una studiata strategia, di una ricercata volontà di piacere a tutti i costi e la struttura del film, sotto altri punti di vista analizzata, fa coltivare ulteriori perplessità.

Si nota, da subito, dalle prime inquadrature e dall’avvio della vicenda, un particolare di non trascurabile importanza. Nella giuria di 12 sono del tutto assenti personaggi femminili che nel corso della vicenda, nelle narrazioni che sono concesse ad ogni personaggio, appaiono con frequenza, ma con connotati sempre negativi. Sinceramente sfugge se le ragioni di una scelta così drastica appartenga ad una misoginia del regista russo o piuttosto ad una volontà di esclusione, da colpe e responsabilità, della componente femminile del popolo russo. L’una o l’altra delle soluzioni lasciano comunque perplessi e non perché tradiscano il testo originale, trascurabile evento in un’opera cinematografica, ma perché ciò non spiega come un film che vuole restare attaccato al presente, incollato all’attualità, svolga il suo compito solo a metà senza considerare l’altra (e forse più) metà che condivide, nel bene e nel male, ragioni, cause ed effetti del dramma che, nonostante tutto, con tratti di vibrante forza, vive sotto i nostri occhi. 

 

 

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