VENEZIA 64 - "Un uomo come Carter mi fa ancora credere nella possibilità della pace". Incontro con Jonathan Demme
Dopo The Agronomist e Neil Young: Heart of Gold, il regista americano torna al documentario per presentare un ritratto dell’ex presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter. Ma il film è soprattutto l’occasione per riflettere sulla situazione politica attuale e sulla capacità dei media di offrire un quadro fedele di tale situazione. Problemi di cui Demme ha parlato nell’incontro con la stampa
Jonathan Demme, il regista de Il silenzio degli innocenti e Philadelphia, presenta nella sezione “Orizzonti” il suo ultimo documentario, Man From Plains, un ritratto a stretto contatto dell’ex presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter. Girato in occasione del tour di presentazione dell’ultimo controverso libro di Carter, Palestine: Peace Not Apartheid, il film di Demme offre l’occasione per riflettere sulla situazione politica, americana e non solo, e sulla mancanza di capacità dei media di offrire un quadro fedele di tale situazione. Alla conferenza stampa Demme si è presentato in compagnia dei produttori del film, Diane Weyermann, Neda Armian e Ron Bozman.
Nel girare questo documentario, è cambiata la sua idea su Jimmy Carter? E, secondo lei, perché i media americani sono così unilaterali nella descrizione del conflitto israelo-palestinese?
Prima di avventurarmi nell’impresa di questo documentario avevo una buona opinione di Carter. Ho sempre ritenuto che sia stato un ottimo presidente. E lavorare sul suo personaggio non ha fatto che confermare questa opinione. Carter è una persona che, in quanto ex presidente degli Stati Uniti, ha una posizione di potere, ma usa questo potere per conto dell’umanità. Per quanto riguarda la situazione dei media americani, il discorso è davvero complesso. Senz’altro negli USA c’è una gran paura di essere accaiti di antisemitismo. E’ sicuramente un timore giustificato, che finisce, però, col rendere i media riluttanti ad affrontare in maniera critica le posizioni d’Israele. Credo che la stampa sia molto cambiata rispetto ai tempi del Watergate, quando furono i media a far luce sulla distorta gestione del potere da parte di Nixon. Oggi i media puntano più aintrattenere che a illuminare. Rimangono bastioni di stampa libera, ma per il resto ciò che conta è l’utile.
E’ contento di come ha descritto il lato privato di Carter o da questo punto di vista ritiene che sarebbe potuto andare più a fondo? E, per quanto riguarda l’aspetto pratico di realizzazione delle riprese, è sempre stato lei dietro l’obiettivo?
Sono molto contento di come il mio documentario sia riuscito a scavare negli aspetti privati della vita del presidente. C’è anche da dire che nel film seguiamo Carter durante il tour di presentazione del suo libro, quindi lontano dalla famiglia. Ma ritengo che sia inscindibile il lato privato di Carter dal suo impegno lavorativo. E’ una persona completamente immersa nel suo lavoro. Per quanto riguarda la realizzazione del film, tutto il lavoro dietro la macchina da presa è stato svolto dal direttore della fotografia, Declan Quinn, di cui sono molto soddisfatto. Ma è capitato anche a me di effettuare materialmente alcune riprese, cosa a cui non sono abituato.
Nel suo documentario precedente parlava del grande cantante Neil Young. In che modo si collega alla figura di Carter? Ci sono punti in comune?
Bè, a parte il fatto che Neil Young canta senz’altro meglio, i due hanno pensieri simili, si fanno portatori entrambi di un messaggio di pace. Ecco il punto fondamentale. L’attuale presidente Bush è ossessionato dalla guerra. Carter, al contrario, è un uomo ossessionato dalla pace. Volevo cercare di capire da cosa nascesse questa ossessione. E le origini vanno rintracciate nella sua educazione, nella sua profonda religiosià. Carter è un devoto cristiano, ma nell’accezione più pura. E’ convinto che il vero messaggio cristiano sia un messaggio di riconciliazione e d’amore.
In questi ultimi anni si sta interessando molto al documentario. Crede che sia l’unico modo per riuscire a parlare degli americani?
Continuo in ogni caso la mia attività nei lungometraggi di fiction. sto preparando il mio prossimo film con Anne Hathaway. E’ comunque vero che in questo periodo sono molto attratto dal documentario. Credo che nella nostra società ci siano tante cose importanti da raccontare e che la stampa di oggi non produca un’informazione adeguata. La bellezza di un personaggio come Carter sta nel riuscire a far credere anche a un cinico come me che la pace sia ancora possibile. E penso, almeno dalle prime proiezioni private del film, che il pubblico più giovane sarà colpito da un personaggio simile, un presidente del tutto diverso da quello cui sono abituati a pensare, da Bush, che tradisce quotidianamente il senso della democrazia.
Ci sono candidati alle prossime elezioni presidenziali che condividono la visione di Carter e che magari lei appoggerebbe?
La mia idea è che, vi piaccia o meno Carter, è un uomo che ha sempre avuto l’audacia di porre sul tavolo grandi questioni, quella della guerra, delle armi nucleari, delle fonti energetiche. Credo che l’uomo che più gli somigli oggi sia John Edwards. Sì, credo che il mio voto andrebbe a lui.
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