VENEZIA 64 - "Callas Assoluta", di Philippe Kholy (Orizzonti - Eventi)
Il film di Kohly ha pochi intenti poetici, ed è più che altro un'opera divulgativa, che cerca di gettare luce sui lati nascosti e problematici della vita di Maria Callas, la più grande cantante lirica del secolo. Con la sua abbondanza di materiale d'archivio e di voce over, è decisamente troppo televisivo per il grande schermo.
Se si parla di un documentario su Maria Callas, è difficile stabilire se il successo e l’interesse del film dipenda dalla bravura di chi ha selezionato interviste, foto e filmati d’epoca nel tentativo di ricostruirne la vita, oppure risieda nell’immutato fascino della sua voce da soprano. Il film di Philippe Kohly cerca di fugare in ogni modo questo dubbio, limitando il numero delle arie interpretate dalla diva, preferendo concentrarsi su aspetti nascosti, a volte travolti da un’ansia da gossip, e cercando di spiegare i malesseri che la portarono a morire a soli 53 anni, dopo mesi di dipendenza dai barbiturici. Infatti, Callas Assoluta inizia proprio all’apice della sua carriera: nel 1959, conquistati i più grandi teatri del mondo, tutta la Francia si ferma per ascoltarla cantare all’Opera di Parigi. Successivamente, opera uno scavo sulla sua infanzia, passata a New York come figlia non voluta di immigrati greci. Attraverso una onnipresente ed invadente voce over, Kohly inizia a dipingere il ritratto di una Gloria Swanson della lirica, ossessionata dal desiderio di diventare perfetta e di guadagnare la considerazione della madre. Nella costruzione del documentario, il regista pare sempre voler dimostrare come il suo destino fosse ineluttabile, anche nei momenti di maggiore gloria: il suo bel canto non risplende solo nei filmati di repertorio, ma soprattutto riecheggia fuori campo in teatri vuoti, i suoi costumi di scena, ripescati ma ormai privati della sua presenza, sono solo vuoti oggetti sfarzosi. Soprattutto, Kohly insiste nel suo rapporto particolare con la Norma, che la Callas interpretò per più di novanta volte. L’illusione dell’eroina di Bellini di poter sembrare forte anche non essendolo, è la stessa di una donna che vede l'amato Aristotele Onassis sposare improvvisamente Jacqueline Kennedy e cade nella disperazione. Così, si spinge sulla tesi che esistessero due donne: Maria, adolescente bulimica di Washington Heights, e la Callas, la diva, la nuova Eleonora Duse, la regina del jet-set. Se Kohly è riuscito a dimostrarla, è anche (solo?) perché ogni tanto lo spettatore si delizia nel sentire la protagonista intonare Casta Diva. Tornando al dubbio di prima, l'interesse verso il suo film è quindi generato principalmente dalla voce della soprano. Il tono generale resta infatti più divulgativo che cinematografico, e il posto adeguato a Callas Assoluta sembra più History Channel, che non il grande schermo.
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