VENEZIA 64 - "Médée Miracle" di Tonino De Bernardi (Orizzonti)
Iréne (Medea) è straniera nel senso ultimo della parola: quel grande Altro sempre ostile, che viene accusato di introdursi con l'astuzia anche se viene alla luce del sole, è barbara come colui che balbetta, nella spia linguistica di alterità greca, è insieme il forestiero e l'ospite, il meraviglioso e il nemico.
Interrogato sulla sua Medea, Pier Paolo Pasolini restringeva il campo raccontando l'irriducibile impossibilità di comunicare tra la civiltà barbara di cui Medea porta comunque la scintilla negli occhi, malgrado i suoi sforzi di assimilazione, e quella fondata su un'illusione razionalistica che rifiuta, allontanandolo col fuoco del conflitto, ogni spettro estraneo, straniero. Malgrado i vestiti pratici che tentano di mimetizzarla nella periferia parigina - l'unico momento in cui Isabelle Huppert, dea e musa sul cui corpo angoloso e sul cui viso duro e capace di pietas viene costruito un pedinamento doloroso - indossa altri vestiti, femminili, seducenti, è lo spazio del monologo che si ritaglia per guardarsi, in cui "parla", più che cantare, Crazy Love di fronte alle tovaglie a scacchi e a un'immagine di sè che sfuma ogni sera di più fino a diventare assenza ("non so più le parole, non posso più cantare") - accompagnata dalle mani grandi di Warren Ellis, violinista prediletto di Nick Cave. Iréne (Medea) è straniera nel senso ultimo della parola: quel grande Altro sempre ostile, che viene accusato di introdursi con l'astuzia anche se viene alla luce del sole, è barbara come colui che balbetta, nella spia linguistica di alterità greca, è insieme il forestiero e l'ospite, il meraviglioso e il nemico. Intimo ed estraneo sono reversibili: è Iréne - l'altra - intrusa che se non beve il sangue dei propri figli, verrà presto accusata in ogni modo di succhiare il sangue come un vampiro attraverso il sesso,ai molteplici altri che porta a casa ogni notte sotto lo sguardo muto e compassionevole e irrequieto della sua custode (Giulietta De Bernardi), nel tentativo piuttosto di fare del suo stesso corpo il luogo possibile dell'assorbimento: le chiama magie, ma sono incontri dietro ai quali compare sempre il volto del depositario di un circolo privato in cui non le è possibile entrare: Jason (Tommaso Ragno) che mantiene un volto cupo, che stringe la nuova sposa "integrata" come a proteggerla dalla follia demoniaca, disordinata che Medea reca suo malgrado. Il film di De Bernardi chiude la sezione Orizzonti di Venezia come un confine e una ferita che si tiene aperta: anche se suggerisce per un attimo la pacificazione momentanea dell'abbraccio di Iréne non più sensuale, ma altruistico, ai corpi sofferenti che popolano, altrove, il mondo che la rifiuta: se è possibile un miracolo senza dio - ma forse l'unico miracolo è la carica distruttiva che resta sospesa senza alzare la mano sui figli - la piaga resta spalancata, l'Occidente lascia comunque Iréne-Medea, la straniera, senza legittimità, facendone sottilmente sempre la minaccia deterritorializzata,la mina vagante (il continuo riferimento alla legge da parte di chi vuole togliere a Iréne le sue figlie sembra riferirsi a un Diritto ancora più stabile, più gelido e oscuro, più antico degli incartamenti e delle scrivanie che accolgono le proteste della Madre dalla voce incerta - lo straniero, colui che non conosce il linguaggio a cui deve attenersi) e la nostra civiltà arrogante resta un deserto di fuochi accesi in cui i nostri figli spesso vengono risparmiati per lanciare bottiglie incendiarie, di cui la banlieu parigina è soltanto uno dei mille avamposti.
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