VENEZIA 64 - "Anabazys" di Paloma Rocha e Joel Pizzini (Orizzonti Doc)
Un documentario che è l’anima e il corpo del progetto di rivitalizzazione dell’opera esplosiva di Glauber Rocha, attraverso immagini di splendida violenza in cui il rivoluzionario del Cinema Nôvo non è un fantasma degli anni ’70, ma sembra vivo, attivo e pericoloso
Il sole che sorge a Brasilia che inaugura il film di Glauber Rocha A idade da terra (1980), celebrazione infuocata, esoterica, sinfonia barbara di suoni e di immagini, anti-sinfonia, apre anche, con l’aggiunta di registrazioni d’epoca del grande regista brasiliano, la cui parola si moltiplica in più voci che sembrano sorgere assieme al disco solare, Anabazys - ascensione - sorta di documentario di “pedagogia creativa” che mette a fuoco l’opera esplosiva di Rocha, il suo immaginario sfrenato che ha superato negli anni anche le premesse e il contesto in cui nasceva, per raggiungere una tensione artistica totale, una tempesta sinestesica, attraverso immagini di splendida violenza in cui il rivoluzionario del Cinema Nôvo non è un fantasma degli anni ’70, ma sembra vivo, attivo e pericoloso. Il documentario nasce nell’intento, come hanno raccontato in conferenza stampa i registi, la figlia Paloma e Joel Pizzini, di non diventare materiale puramente didattico, ma anzi con la motivazione di essere l'anima e il corpo del progetto di rivitalizzazione del cinema di Rocha lanciata da Tempo Glauber attraverso il restauro e la pubblicazione delle sue opere in dvd. Anabazys è anatomia di un sogno perché esplora fino in fondo, senza cedere alla tentazione del mero omaggio, il flusso della creazione, l’universo orgiastico e poetico di Glauber, il suo rapporto religioso, fisico con il girato; esplora quel cinema della fame – una fame essenziale, peculiare “La nostra originalità è la nostra miseria, sentita ma non condivisa […] La più autentica manifestazione della fame è la violenza” che fa di questa violenza, invocazione in chiave artaudiana, e delle contraddizioni delle società del terzo mondo un apocalittico impasto, mai inutilmente barocco, in cui corpi e parole si dibattono in uno slancio estremo, un affresco infernale e sensuale in cui la rappresentazione si nutre di popolare e di colto senza distinzione, e una miserabile grandezza inascoltata si esprime nelle forme della danza, del canto, dell’urlo, in una visionarietà che è urgente come un’allucinazione governata da quella stessa fame, cercando di inventare uno spazio bruciante laddove imperava solo la forma, e un persistente fraintendimento basato sulla raffigurazione sempre falsificata e filtrata della realtà. Da un lato attraverso un approccio “scientifico” (tredici approfondite sezioni dedicate ciascuna a un aspetto della lavorazione, dalle motivazioni politiche ai costumi, all’uso audacissimo del sonoro, ai ricordi dei collaboratori, al prezioso sguardo politico di Rocha) dall’altro lasciando irrompere seminali le espressioni di una incrollabile, ingorda, feroce vitalità della figura dell’ uomo e del suo progetto e di rottura del linguaggio visivo che fa pensare alla rivoluzione teatrale operata Carmelo Bene (al quale fu legato da una profonda amicizia, e col quale collaborò in Claro), e i frammenti di circa sessanta ore di girato inedito escluso dal montaggio definitivo di quel film che proprio alla Mostra del Cinema di Venezia del 1980 scatenò una violenta polemica: Rocha dimostrò pubblicamente la sua furia per essere stato paradossalmente accusato non solo sia dalla sinistra che dalla destra del suo paese di appoggiare la dittatura militare, ma anche dalla critica italiana, che parlò di pellicola di regime, o peggio la ignorò, in un rifiuto che a volte sembra scaturire dalla paura, salvo alcuni illuminati come Roberto Rossellini. La Mostra, 27 anni dopo, ha riportato nuovamente in sala A idade da terra in versione restaurata, mentre Anabazys è stato presentato nella sezione Orizzonti doc.
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