"Le valigie di Tulse Luper - La storia di Moab", di Peter Greenaway
La strada dell'indifferenza è sbarrata: o ci si unisce al coro degli estimatori di Greenaway, estasiati dal coraggio delle sue scelte, oppure si manifesta assieme ai suoi detrattori, contro l'ennesima dimostrazione di un cinema freddamente, aridamente simbolico.

Greenaway prosegue sulla sua strada fatta di commistioni tra arti visive, di sperimentazioni sensoriali, di connessioni metaforiche tra immagini e significati, di richiami più o meno espliciti al teatro, alla grafica, all'architettura ed alle scienze. Tulse Luper è un progetto plurimediale - cinema (una trilogia), tv, internet, libri, cd; Tulse Luper è un pretesto, un alter-ego, un immaginario eroe privo di eroismi che incontriamo bambino agli inizi del XX secolo, e vediamo crescere in concomitanza con gli avvenimenti di quei decenni; in questo primo episodio, Tulse Luper incontra Mormoni, fascisti americani ed europei, donne voluttuose, amicizia, follia e letteratura.
Un ritmo flessuoso, oscillatorio, incatena ottica ed acustica al tema della ripetizione, il motivo fondamentale che attraversa tutto il film: sembra quasi che Greenaway abbia cavalcato il moto d'onda con cui luce e suono si trasmettono nell'etere; gli eventi e i personaggi ritornano, le forme si sovrappongono, un'eco costante duplica in sottofondo ogni voce, ogni suono, finché tutto si condensa in una fusione ipnotica, una pulsazione costante, un incedere cadenzato. Un'equazione per immagini e suoni, da risolvere ricorrendo a tre parametri ciclici: la valigia, la prigionia ed il numero 92, a rappresentare nell'ordine, e neanche troppo metaforicamente, il viaggio, i legami umani - psicologici, sociali e sentimentali - ed il numero atomico dell'uranio, l'elemento chimico al quale si associano guerra, distruzione e morte; tre parametri che, a detta di Greenaway, rappresentano a vario titolo l'evoluzione - o l'involuzione - della storia umana nel secolo passato, cent'anni segnati da migrazioni, da conflitti, dall'accentuazione della complessità dei rapporti tra le persone.
Ne vengono fuori due ore di sollecitazioni sensoriali, di enigmistica visiva e loop sonori, di sincopi e contrappunti narrativi; due ore di fronte alle quali la strada dell'indifferenza è sbarrata: o ci si unisce al coro degli estimatori di Greenaway, estasiati al cospetto del coraggio delle sue scelte estetiche e della sua abilità tecnica; oppure si manifesta assieme ai suoi detrattori, contro l'ennesima dimostrazione di un intellettualismo ostentato e di un cinema freddamente, aridamente simbolico.
Titolo originale: The Tulse Luper Suitcases: The Moab Story
Regia: Peter Greenaway
Sceneggiatura: Peter Greenaway
Fotografia: Reinier Van Brummelen
Montaggio: Elmer Leupen
Musica: Borut Krzisnik
Scenografia: Marton Agh, Davide Bassan
Costumi: Andrea Flesh, Beatrice Giannini
Interpreti: J.J. Field (Tulse Luper), Valentina Cervi (Cassie Colpits), Drew Mulligan (Martino Knockavelli), Raymond J. Barry (Stephan Figura), Nigel Terry (Sesame Esau), Caroline Dhavernas (Passion)
Produzione: Kees Kasander, Jimmy De Brabant, Aron Sipos, Eva Baro, Antoni Solè
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 127'
Origine: Gran Bretagna, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Ungheria, Lussemburgo, Russia / 2003
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