L'interattività e la morte: "Le valigie di Tulse Luper" di Peter Greenaway

Greenaway non fa mezzo passo indietro (persino la crudeltà di Von Trier permette spiragli d'intervento). La sua presenza ingombrante imprigiona come Luper lo spettatore alla folle pretesa d'esserci di un soggetto autoriale, incurante della necessaria indifferenza spazio-temporale

Peter Greenaway o del fraintendimento. Massimo esempio dove l'incolumità critica può derivare da una colpevole allucinazione funzionale. E' veramente cinema l'oggetto in questione, il cadavere che l'inglese vorrebbe certificare in necroscopia, la forma d'espressione di cui si delineano con sicumèra chirurgica in conferenze ed interviste troppo accomodanti esigenze, sviluppi futuri ed aspettative del pubblico, la valigia digitale dove racchiudere in un delirio d'onnipotenza il presunto scibile metaforico del novecento? Come Tulse Luper da Newport in Galles, alter ego dichiarato, Greenaway si dedica all'archeologia dell'ammasso ed in fondo le precedenti ossessioni pittoriche, numerologiche, architettoniche, etc. fungevano da prologo a tale ipertrofica operazione. Il percorso transnazionale del protagonista segue parallelo la storia dell'uranio, l'ultimo tesoro americano sepolto, a partire dalla sua scoperta in Colorado nel 1920. Assieme all'amico Martino Knockavelli, spinto da una febbre conoscitiva che non sarà debellata da ripetute esperienze di imprigionamento, ricerca antiche vestigia del passato, popoli, città, idee perdute. 92 eventi, 92 personaggi, 92 valigie. Tutto si incontrerà e tutto sarà catalogato nelle sei ore di cinema previste. Mormoni, Olocausto, nazisti, fascisti, bomba atomica, pornografia, Vaticano, dive americane. "In  ogni definizione stabilita c'è obsolescenza o un'intuizione coronata da insuccesso" (George Steiner, After Babel). Greenaway si muove su di un filo sottile tra rigatteria ed estetica, recupero del clichè e scoperta dell'archetipo.

 Il problema sorge in quanto è Greenaway stesso a volersi fare archetipo, disegnando il suo cinema come crocevia eventuale del nuovo millennio e confidando in entusiaste quanto ingenue soluzioni pseudofuturistiche. Il clichè da lui ravvisato come nemico da battere, il cinema realista quale illustrazione del romanzo ottocentesco, è la chiave per capire le sue visioni. Se esiste un realismo e una realtà, il suo contraltare non può che essere un freddo, inerte, presuntuoso simulacro. Non un'immagine- rappresentazione (quale impronta del pensiero) né un'immagine-sensazione (vista l'impossibile coincidenza sensitiva tra chi guarda e questa "cosa" guardata). Le attitudini pittoriche non aiutano a vaneggiare l'energia sospesa che un oggetto figurato immobilizzato per sempre può evocare allo sguardo. Così il cinema, già troppe volte pattumiera delle altre arti, non può che farsi arte totale, fantasma di ripetizioni virtuali di atti. E' inutile che si prevedano su Internet modalità di disfacimento delle valigie (a loro volta simbolo della mobilità umana nella storia delle civiltà). Non c'è interattività possibile. Il protagonista ad un certo punto scompare e fa parlare il materiale da lui raccolto, le sue opere. Greenaway invece non fa mezzo passo indietro (persino la crudeltà di Von Trier permette spiragli d'intervento). La sua presenza ingombrante imprigiona come Luper lo spettatore alla folle pretesa d'esserci di un soggetto autoriale, incurante della necessaria indifferenza spazio-temporale . Il tripudio di effetti digitali, picture-in-picture, ripetizioni, split-video, sovrimpressioni non possono produrre meraviglia visto che la televisione da vent'anni ne produce a bizzeffe. Si cerca di riprodurre gli impulsi di un telecomando (e le piste time-code in evidenza sono un segnale di consapevolezza), visto come killer del cinema, con un sentire che ad un secolo di distanza tende a rapportarsi al triplo schermo di Abel Gance.

   Una qualsiasi immagine, un suo punto, un suo pixel può essere spunto di riflessione per ore, giorni, secoli. Qui è spazzatura reale di cui disfarsi in pochi secondi. Ennesimo recensore di epitaffi (ricordate "il rock è morto!" di uno Sting ormai perso in un pop-jazz da salotto?), grande non-autore abile ad attrarre investimenti culturali nella vecchia Europa, Greenaway rappresenta un avversario da combattere con vigore se scrivere di cinema è ancora un atto politico. "... Per me è interessante l'idea che noi tutti siamo in qualche modo prigionieri di seduzioni, ossessioni, interessi, ambizioni, condizioni sociali, amore, denaro, fama e quant'altro. Certe volte queste prigioni sono molto importanti per noi perché ci consentono di mettere a fuoco, ci dicono dove siamo, ci danno un certo senso di disciplina, ma certe volte sono disastrose per la nostra evoluzione." (P.G.) Le valigie di Tulse Luper potrebbe rivelarsi come uno dei più sinceri film autobiografici della storia del cinema.

 

 

 

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