CANNES 57 - "Alexandrie... New York" di Youssef Chahine
Il quasi ottantenne Chahine (nato nel 1926) ripercorre la sua traiettoria biografica e cinematografica tra la natale Alessandria e New York dove ha studiato per due anni alla Pasadena Play House. Lo fa con ironia e geniale e profonda superficialità attraverso il volto e il corpo e il nome di Ahmed Yehia, già attore nei suoi film precedenti

Abbiamo raccontato di come Paul Vecchiali abbia messo in scena (e in gioco) se stesso e la "crisi" politica e creativa del suo cinema in Á vot' bon coeur, lo stesso fa Jean Luc Godard nel suo ennesimo capolavoro Notre Musique e ora aggiungiamo ancora un film magnifico di un altro maestro del cinema mondiale che è l'egiziano Youssef Chahine. E' quello che da sempre Sentieri Selvaggi chiede agli autori, ai film, a noi stessi; di superare fredde volontà spettacolari e progettuali attraverso la partecipazione emotiva e razionale, di lasciarsi attraversare dall'opera, di mostrare il vero, lo splendore del vero che Godard (e noi) vediamo innanzitutto nel cinema di Roberto Rossellini.
In Alexander...New York il quasi ottantenne Chahine (nato nel 1926) ripercorre la sua traiettoria biografica e cinematografica tra la natale Alessandria e New York dove ha studiato per due anni alla Pasadena Play House. Lo fa con ironia e geniale e profonda superficialità ("superficiale si, ma solo in superficie" diceva del suo cinema Max Ophuls), attraverso il volto e il corpo e il nome di Ahmed Yehia, già attore nei precedenti Alexandria...Why, La Mémoire e Alexandria, Again e Forever, qui nei panni di se stesso che torna a New York per una retrospettiva omaggio ma scoperto alterego del regista. Giocando tra passato e presente attraverso flashback, Chahine mostra le sue doppie radici cinematografiche, intreccia melodrammi tra Minnelli e l'Egitto, fa cantare God Bless America ad un set composto e in un film arabo nella lingua e americano nelle immagini. Yehia e Ginger sono i nomi della coppia che si incontra dopo vent'anni: lui è un attore egiziano affermato lei la ragazza con cui ha vissuto un'intensa storia d'amore negli anni dell'apprendimento artistico, che ha dovuto lasciare per tornare a "combattere" (culturalmente e politicamente) nel suo Paese, con la sua gente, che spesso non capisce e gli rimprovera la sua ammirazione per la "sionista" America. Chahine non spiega, (si) mostra. I frutti della sua esperienza dell'America Dream formatosi con i film di Minnelli, che scopre inaspettati e per motivi etnici che mette nella favola del giovane figlio che porta il nome della sua città, nato dall'ultimo incontro fugace con Ginger in una piovosa notte newyorkese di vent'anni, ritratto della sua gioventù quando come Alexander ora si mostrava prodigioso ballerino di musical teatrali. Ma Chahine non dimentica lo scontro razziale contemporaneo e se in Egitto difende l'America, dall'altra parte dell'oceano è costretto a subire il rifiuto del figlio ad accettare le sue origini arabe. I puntini del titolo sono la parallela che unisce due città simili destinate ad accogliere uomini di tutte le razze e far tesoro e conservazione della cultura umana che non conosce latidudini, dove il ponte di Brooklyn è sorretto da archi a sesto acuto. Difficile raccontare questa tela di giochi di coppie, di finali e ripartenze continue, di pure emozioni "cinematografiche" (il bacio su tutte) e sentimenti abissali ed eterni come il tempo. Questo il messaggio che ci lancia e ci lascia, mostrando i limiti delle "mode naziste" che la nostra cecità continua ad accumulare negli anni con protagonisti diversi, a cui contrappone il gioco ripetitivo e illuminante del cinema. Che attraverso il sogno ci illumini ancora.
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