Vivere e Morire a Roma: "Cemento Armato", di Marco Martani

Cinema alle prese con un’esistenza totalmente fuori controllo, ma che si permette l’ambizione folle di tentare di riordinarla: sembra che nessuno abbia il controllo di niente in questa Roma friedkiniana, ma quando si arriva alla resa dei conti, la sensazione è quella che in nessun modo, in nessun altro dei mondi possibili, sarebbe potuto andare diversamente.

diego“Il cemento armato è un materiale usato per la costruzione di opere civili, costituito da calcestruzzo e barre di acciaio annegate al suo interno” (cfr Wikipedia) – barre di acciaio annegate all’interno: e davvero ha ragione il nostro direttore quando parla di “un film che se andrà bene può essere molto pericoloso” – perchè d’un tratto di fronte a Cemento Armato tutto il cinema italiano ‘di genere’ (soprattutto quello che si fregiava d’esser tale nell’ora di punta dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia...) appare in tutto il suo sconfortante dilettantismo. Dal lato opposto, le barre di acciaio inossidabili colate all’interno di uno script inattaccabile, blindato, compatto, perfettamente funzionale, oliato, spedito, precisissimamente americano – già da Natale a New York, ad oggi ultimo film di Neri Parenti, ci s’era resi conto di quanto la scrittura di Brizzi e Martani avesse raggiunto un livello di scorrevolezza sotterranea che si traduceva nella perfetta macchina dell’operazione natalizia che non perdeva un colpo, attuando un onnisciente ed irrefrenabile determinismo al sistema infallibile degli sketches e delle gag. Ogni personaggio, anche ‘il più minore’, è perfettamente riconoscibile, quasi irritantemente ultracaratterizzato. Cinema alle prese con un’esistenza totalmente fuori controllo, ma che si permette l’ambizione folle di tentare di riordinarla: eppure, nel momento in cui la macchina di Cemento Armato – la macchina di cemento armato – si mette in movimento, e Brizzi e Martani sviluppano il soggetto di Luca Poldelmengo come irreversibile succedersi di piccole coincidente impensabili, particolari all’apparenza insignificanti che ritornano, elementi nascosti tenuti lì per ritirarli fuori al momento giusto, costruzioni ineffabili di sequenze e colpi di scena ad effetto, pochi istanti dopo già sembra che nessuno abbia il controllo di niente in questa Roma friedkiniana di numeri di targa che coincidono, tangenziali che non si muovono, pistole che sparano all’improvviso, poliziotti corrotti, roghi di automobili, specchietti che saltano, motorini rubati, violenze carnali, condomini matti, padri scomparsi, stranieri, ragazzini, ninettidavoli e Vaporidis in canottail primario tatuaggio e piastrina al collo – tutti in balia degli eventi che rotolano spietati, con tutta la forza dirompente e distruttiva di un destino che gli uomini non hanno né la forza né il potere di cambiare. Gli scagnozzi del perfido boss palazzinaro detto il Primario (che Faletti rende con un’asciuttezza che finalmente fa gridare al miracolo del nostro cinema ‘nero’ che per una volta rinuncia al macchiettismo sopra-le-righe dei ‘cattivi’) rovineranno irrimediabilmente la vita del buon furfantello della Garbatella che gli ha fatto uno sgarro, fino alla rabbiosa e implacabile reazione di lui: e quando si arriva alla resa dei conti, nei soavi (anche nel senso di Michele...) minuti finali che sembrano venuti fuori da un film di Hong Kong, la sensazione è quella che in nessun modo, in nessun altro dei mondi possibili, sarebbe potuta andare diversamente (come la Notte Prima degli Esami, ieri o oggi...) – e non sembrano meno impietosi (anche perchè di sicuro non sono meno costruitistudiati) la fotografia, la luce e i movimenti di macchina sorprendentemente consistenti di Marcello Montarsi (operatore per Marco Ponti, Gabriele Muccino, Fausto Brizzi). E le ultime struggenti inquadrature ritornano al meraviglioso incipit e vero cuore sospeso del film: una stanza, una coppia che progetta la propria vita insieme rotolandosi sul letto – un fiore destinato poi a ritornare costante ed emblema nel resto della pellicola, raggi di luce che filtrano dalla finestra, ad illuminare gli occhi azzurri e il bellissimo sorriso di Carolina Crescentini, e “sono felice”, dice Diego/Vaporidis prima di uscire per strada ad affrontare a muso duro la Roma che Martani ha in serbo per lui, come un nemico compatto, insormontabile ed imbattibile – città di cemento armato. 

Regia: Marco Martani
Interpreti: Nicolas Vaporidis, Carolina Crescentini, Giorgio Faletti, Ninetto Davoli, Pietro Ragusa, Stefano Antonucci, Dario Cassini

Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 102'

Origine: Italia, 2007

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