"Il caso Thomas Crawford", di Gregory Hoblit
Thriller emozionante ma non tesissimo, Il caso Thomas Crawford, retto da un grande cast, stupisce per arguzia e ritmo per almeno metà film, per poi ripiegarsi stancamente, quasi fosse prigioniero di se stesso. Dall’autore di Frequency, Gregory Hoblit, una pellicola che avrebbe potuto e dovuto chiedere di più.
Dopo il buon successo soprattutto “di cassetta” ottenuto negli Usa, esce un po’ in sordina anche da noi Il caso Thomas Crawford, ovviamente “evirato” nel titolo dalla distribuzione italiana, pellicola che porta la firma di quel Gregory Hoblit già autore di Frequency. Evirato perché Fracture, questo il titolo originale dell’opera, è molto meno legal-thriller di quanto lo si vorrebbe far passare, visto che l’aspetto dibattimentale non è sfruttato al massimo dalla regia, e certamente un titolo come Il caso Thomas Crawford, echi hitchcockiani inclusi, può essere fuorviante in tal senso.
Ma tant’è, ce ne faremo una ragione. Quello di cui è più difficile farsene una ragione è l’occasione buttata al vento da Hoblit, mestierante diviso tra il cinema e la televisione (per cui dirige veri legal-thriller…), che, preparato abilmente il terreno con una superba mezzora iniziale, si accontenta di consegnare il compitino senza incorrere in errori da matita blu. Ed è un peccato, perché tra soggetto e cast c’era da che esser soddisfatti. Il primo è un’idea niente male, quella di un omicidio mai all’apparenza così perfetto, ma “steso” su parabole esistenziali particolari, dal giovane procuratore distrettuale che pensa solo al grande salto al poliziotto che dalle stelle finisce alle stalle. Il cast, altra primizia, con non solo un Anthony Hopkins forse addirittura limitato dal proprio passato (in alcuni frangenti, infatti, sembra di (ri)vedere in azione il caro e vecchio zio Lecter…), ma soprattutto con un Ryan Gosling gigione come non mai che, dopo la rivelazione di The Believer e qualche ruolo forse non all’altezza, centra con questo film la definitiva consacrazione.
E fin quando un buon cast e uno sfizioso spunto iniziale reggono, tutto bene. Il problema viene dopo, quando si tratta di tirare le redini della storia e di sfruttare fino in fondo l’ottimo materiale attoriale a disposizione, è lì che Hoblit si rivela per quel che è e forse sciupa l’occasione della vita. Siamo chiari, Il caso Thomas Crawford è un film onesto, anche godibile, sia sul piano della scrittura che su quello visivo, ma dove si avverte terribilmente la mancanza di un terminale offensivo, come in una squadra che costruisce un bel gioco ma che pecca nelle conclusioni.
Ci riferiamo, ad esempio, a certe derive narrative che la pellicola sembra aver paura di prendere, storie parallele, forse secondarie, ma che potenzialmente potrebbero rendere parecchio. Come i personaggi, o almeno alcuni di essi - su tutti quello dell’avvenente e scaltra avvocatessa bionda che si innamora del giovane e quello del procuratore capo, interpretato dal David Strathairn di Good Night, and Good Luck - che risultano appena abbozzati, gettati via senza alcun motivo dopo poche scene e soprattutto senza sfruttarne il potenziale del personaggio né quello dell’attore. E quella Fracture, quella minima imperfezione che ogni cosa (leggi uomo, omicidio o carriera) possiede, anche la più perfetta, che aveva fornito quel bel spunto iniziale, rimane tale e non peggiora in qualcosa di ben più interessante.
Titolo originale: Fracture
Regia: Gregory Hoblit
Interpreti: Anthony Hopkins, Ryan Gosling, David Strathairn, Rosamund Pike, Emeth Davidtz, Fiona Shaw
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 113’
Origine: Usa/Germania, 2007
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