"Into the Wild - Nelle terre selvagge", di Sean Penn
Late at night I hear the trees they’re singing with the dead – Overhead, canta Eddie Vedder: il richiamo della moltitudine di voci della natura che sembrano attanagliare il protagonista è lo stesso che rendeva folle Jack Nicholson nel finale dell’abissale La promessa, e che invece trasforma Chris McCandless in una versione quasi grunge del Grizzly Man herzoghiano. Presentato nella sezione “Premiere” alla Festa del Cinema di Roma
per jm
Everyone I come across in cages they bought
They think of me and my wandering but I’m never what they thought
Got my indignation but I’m pure in all my thoughts
I’m alive
Wind in my hair I feel part of everywhere
Underneath my being is a road that disappear
Late at night I hear the trees they’re singing with the dead
Overhead
Leave it to me as I find a way to be
Consider me a satellite forever orbiting
I knew all the rules but the rules did not know me
Guaranteed
[Guaranteed]
Into the Wild è un film meravigliosamente polifonico. Quante voci sente Chris McCandless? Quante voci ha Chris McCandless? Quante voci sono Chris McCandless? Chris McCandless è la voce di Alexander Supertramp, il supervagabondo in cui si è trasformato per inseguire un sogno di libertà, i cui monologhi interiori sconnessi e fluviali possiamo ascoltare, anche se sono solo pensieri; ma è anche la voce tenerissima della sorella Carine, che racconta tutto il doloroso passato e la memoria di Chris (visualizzata come usurati super8 familiari...); è anche tutta una complessa ed intrecciata tela di citazioni di narratori classici, Stegner, Thoreau, Olds, Tolstoj, London, che Chris recita a voce alta; spezzoni di lettere e cartoline per l’amico Wayne, impresse sulla pellicola da una mano invisibile che le scrive a pennarello sull’inquadratura; ed è la voce di Eddie Vedder, “la coscienza del protagonista” secondo l’intento di Sean Penn che ha scelto le stupende canzoni originali dell’amico per il commento sonoro alle ammalianti immagini del film – vero valore aggiunto ai montaggi della vita solitaria e completamente libera di Chris ad opera di Jay Cassidy (con Penn sin dall’esordio dietro la mdp, Lupo solitario). Late at night I hear the trees they’re singing with the dead – Overhead, canta Vedder nei suoi testi incredibilmente toccanti: già il richiamo jacklondoniano che attanaglia Chris nella sua meravigliosa avventura di liberazione esistenziale era allora come un’eco di sirene, la moltitudine di voci della natura che sembrano chiamarlo incessantemente alla stessa maniera di come rendevano folle Jack Nicholson nel finale dell’abissale La promessa, e che invece trasformano Chris (Emile Hirsch, senz’altro da tenere d’occhio...) in una versione quasi grunge del Grizzly Man herzoghiano: eccolo a parlare con una mela prima di addentarla (“sei così naturale, così organic!”); eccolo immobile al cospetto di un orso che lo squadra da vicino da capo a piedi, poi non lo reputa di suo interesse; eccolo urlante in una sorta di crisi isterica dovuta alla fame e alla mancanza di animali di cui cibarsi nello spietato inverno dell’Alaska. Perchè è di questo, che stiamo parlando: Chris McCandless, il giorno della sua laurea, abbandona la sua vita e la sua famiglia, dona tutti i suoi averi ad Oxfam, e intraprende un mirabolante viaggio on the road verso l’Alaska, dove ha intenzione di scomparire into the wild – novello Emperor of the North Pole, getta il suo cuore oltre a notti passate sui carri merce; lavori sfiancanti al fianco di uomini valorosi nell’entroterra americano (impara a portare una mietitrebbia sui campi di grano, e a decorare cinte di cuoio – ne realizza una su cui incide tutta le tappe della sua avventura); traversate di rapide in kayak per raggiungere il Messico attraverso il fiume; incontri con luoghi (Slab City, paese di roulotte e camper abitato da una delle ultime comunità hippie resistenti) e persone meravigliose che segneranno per sempre la sua vita (interpretazioni assolutamente memorabili e struggenti di Vince Vaughn, Hal Holbrook, e le meravigliose Catherine Keener e Kristen Stewart nel bellissimo ruolo di Tracy, la ragazza che si innamora di Chris a Slab City): si stabilirà definitivamente a vivere dentro un autobus di linea della città di Fairbanks dissestato ed abbandonato nel bel mezzo del paesaggio dell’Alaska – qui, lo colpirà alla fine l’illuminazione più grande a cui lo ha portato il suo viaggio: la felicità è reale solo quando è condivisa.
La commovente pluralità dell’esperienza di McCandless diventa in mano ad un regista strepitoso come Sean Penn, surfer navigato (al pari di Vedder) che in piedi su di una tavola in mezzo all’Oceano ha anch’egli provato l’estrema sensazione della solitudine al cospetto della natura selvaggia e smisurata, lo spunto di partenza per riprendere la stupenda e pulsante stratificazione visiva che rendeva grande il suo episodio nel film corale 11.09.01. Così, l’immagine subisce un trattamento che sembra voler in tutti i modi liberare le suggestioni che ci son finite dentro dal romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme che ricostruiva la reale vicenda di Chris, ricorrendo ad una moltitudine di accorgimenti formali forse memori di seminali opere hippie come More e La Vallèedi Barbet Schroeder aggiornati all’epoca del videoclip – split screen a grappoli, zoomate repentine, camera a spalla ballonzolante, ralenti ripetuti. Eppure la strepitosa mdp del crepuscolare cinematographer Eric Gautier (già formidabile in Guida per riconoscere i tuoi santi di Dito Montiel) si ferma sempre un attimo prima di diventare cartolina oleografica, o facile sottolineatura emozionale del paesaggio mozzafiato, o della ripresa aerea circolare che abbraccia Chris a braccia aperte sulla vetta della montagna. Come un Michael Cimino – l’inizio alla cerimonia di consegna dei diplomi ai neolaureati; le dolenti battute di caccia di Chris che non riesce a sparare agli animali per sopravvivere; il potentissimo, vertiginoso e sconquassante (vetta inarrivabile del film e dell’intera filmografia del regista) finale Verso il Sole... – contaminato dalla vertiginosa girandola visiva dell’occhio ‘contemporaneo’ di Sophia/Roman Coppola...e forse l’unico altro liberissimo capolavoro visto in questi giorni all’Auditorium, Un’altra giovinezza di Francis Ford, non è poi così differente e lontano da questo.
I been wounded I been healed, now for landing I been
Landing I been cleared
Sure as I am leaving, sure as I’m sad
I’ll keep this wisdom in my flesh
I leave here believing more than I had
This Love has got No Ceiling
[No Ceiling]
Titolo originale: Into the Wild
Regia: Sean Penn
Interpreti: Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone, Catherine Keener, Vince Vaughn, Hal Holbrook
Distribuzione: Bim
Durata: 148’
Origine: Usa, 2007
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