"Caos calmo", di Antonello Grimaldi
E’ questo smarrimento dei sensi, questo “dolce domani” dei ricordi, del passato da cancellare con un clic (come con delle mail), questo presente immobile che ostinatamente rifiutiamo di accettare, perché siamo esseri che devono avere un progetto, un destino (da compiere), insomma è questa lucida caoticità del vivere che ci permette di amare anche quello che, con occhi più attenti, saremmo pronti a disprezzare. Un cinema fatto di corpi, come quello di Nanni Moretti, che sanno essere cinema, come quei meravigliosi film con Kevin Costner, che ci raccontano di un cinema italiano possibile, fatto anche di errori madornali ed evitabili, ok, ma che hanno dentro una sincerità, un’energia, una passione assoluta GALLERIA FOTOGRAFICA - VIDEO: Nanni Moretti presenta "Caos Calmo" - IL TRAILER DEL FILM
Forse dovremmo imparare a farli a pezzi, i film. Sì a distruggerli, massacrarli, per ricostruirli con il nostro corpo e il nostro immaginario, e ricucirli – disperatamente – con i brandelli delle nostre vite. Che poi è quello che fa – “naturalmente”- senza troppe mediazioni, il pubblico, cioè noi tutti quando “riusciamo ad essere spettatori” e ci strappiamo di dosso le vesti tristi e malinconiche del nostro essere… intellettuali (o critici, peggio ancora!).
Ebbene oggi nel cinema italiano questo antivirus necessario, perché è di un cinema profondamente malato che stiamo parlando, sono proprio gli attori. E da anni non vedevamo continuamente esplodere sullo schermo dei volti, dei corpi, delle voci, delle carni, insomma delle fortissime esperienze umane come quelle di tanti attori del nostro cinema odierno. E lo diciamo senza pudore, ma oggi i nostri attori sono molto, davvero molto al di sopra dei film che interpretano, che spesso, purtroppo, li imprigionano. Perché li costringono dentro involucri asettici e privi di passione, incapaci di esprimere un punto di vista (cinematografico), li stereotipizzano dentro storie, produzioni, che sembrano raccontare le nostre vite da punti di vista improbabili (forse la camera a fianco dei bei salotti che i nostri cineasti amano frequentare?...). Eppure, nonostante queste camicie di forza, queste prigioni dello sguardo che intossicano le visioni, i corpi dei nostri attori sembrano come vivere di vita propria e, letteralmente, esplodono frantumando e facendo a pezzi, ogni tanto, le storie ammuffite e stantie che gli costruiscono addosso. Andiamo a rivedere gran parte dei brutti film italiani di questi anni e in ognuno di essi mentre faticheremmo a trovare sguardi nuovi e idee originali e passioni sincere, ogni tanto possiamo scoprire dei corpi magnifici che – come in quel film di Woody Allen, ricordate? La rosa purpurea del Cairo – sembrano uscire dallo schermo e venirci incontro per un dolce e caloroso abbraccio.
E sono proprio gli abbracci, insistiti e dolenti, dolci e malinconici, appassionati e sinceri, a costituire il cuore rivelatore di questo film. Che è un film pieno di errori, dannazione!. Dove mancano dei pezzi, dove ogni tanto il punto di vista si perde, fino a quella scena “hot” che poi così hot non è ma che il regista non sa, davvero non sa scegliere come filmarla! E allora ricorre a quell’insensato espediente di mostrarla dall’esterno, da dietro le finestre, come se noi spettatori spiassimo il nostro protagonista… Ma non sa andare fino in fondo, forse perché non ci crede davvero a questa insensatezza, e allora rientra nella stanza, con le luci abbaglianti, con i corpi irresponsabili di Moretti e della Ferrari che non riescono ad esprimere quella “rinascita” del personaggio che questa scena dovrebbe raccontare (rappresentare). E anche in quel giardino, ogni tanto, la macchina da presa sembra perdersi, questa sì come Pietro Paladini, indecisa se seguire quest’uomo/ombra, oppure vagare alla dissennata ricerca di un senso, di una possibile emozione. E allora ecco che la bambina diventa un “piccolo mostro” (come lo sono, certo, avolte, i bambini), e quel parco, quella panchina davanti alla sua scuola diventa, all’improvviso, il “centro del mondo”. E la vita “produttiva” va in secondo piano. Per forza! Deve andarci. Tutto ciò che sta dentro il corpo produttivo del protagonista deve necessariamente essere “fuori campo”. Ma allora perché quei racconti dei suoi colleghi con i frammenti flashback degli incontri a Venezia? E perché se è la parte razionale/produttiva ad essere messa fuori campo dalle emozioni vere, dalla vita cioè, perché, perché la relazione con la donna salvata dalle acque (che ci fa pensare a Vigo, Shyamalan, e a tanto cinema acquatico che amiamo…) resta così fuori campo? E perché poi “violentare” lo schermo con una scena di sesso tutta “dentro” il campo?
Eppure non possiamo non amare questi personaggi, non possiamo sentirci dentro i loro abbracci, e in un film, appunto, così pieno di errori, non possiamo non innamorarci di questo “presente continuo”, di questo muoversi stando fermi, di questo “cambiare il set della propria vita”, di questo volutamente fermarsi per ritrovarsi (o perdersi…). E così Caos Calmo ci regala dei personaggi indimenticabili, un Alessandro Gassman mai così intimo e vulnerabile, nella sua superficiale leggerezza, una Valeria Golino da brividi, capace in un attimo di riempire lo schermo e di raccontare un personaggio con un solo gesto (quello strapparsi di dosso i vestiti, vero momento cinematograficamente “hot” del film…), una Kasia Smutniak che finalmente dà vita a un personaggio che non deve essere spiegato, senza un voce fuori campo, ma solo un corpo fragile e un cane da portare a spasso, troppo grande…. E poi quel gioco tra il bambino down e Pietro, e il suo diventare parte integrante del paesaggio, dell’ambiente, qualcosa che il luogo stesso, e i suoi frequentatori, accettano come anima dolorante, come materia dell’elaborazione di una perdita che non è mai indolore, anche se a volte cerchiamo di nasconderlo (a noi stessi, al mondo). Ci sono momenti, in Caos calmo, in cui vorresti essere lì, in quel giardino davanti alla scuola all’Aventino, in questo micromondo fatto di un bar all’aperto dove mangiare paste troppo condite, di ragazze che portano in giro cani, e altre che accompagnano ragazzi, e uomini rimasti soli che sanno riconoscere il dolore della perdita, e ancora la dolce follia di Marta/Valeria Golino, l’imbarazzo definitivo della piccola Claudia, i il vuoto assoluto dei discorsi sul lavoro che ruotano attorno a Pietro. Ecco un cinema fatto di corpi, come quello di Nanni Moretti, che sanno essere cinema, come quei meravigliosi film CON Kevin Costner, che ci raccontano di un cinema italiano possibile, fatto anche di errori madornali ed evitabili, ok, ma che hanno dentro una sincerità, un’energia, una passione assoluta che solo chi ha girato una scena come quella post-separazione ne Il caimano (quel gioco a due nelle rispettive auto dei due coniugi che si sono separati Silvio Orlando e Margherita Buy, una delle scene più belle e toccanti degli ultimi vent’anni di cinema italiano) può trasmettere. Perché se Il caimano era un film personale e privato, intimo, questo Caos calmo sembra essere un film politico, così necessario e irriverente, così morale e pure insicuro, dubbioso, come se oggi dovessimo attrezzarci per una vita diversa, per uno sguardo diverso, per imparare a guardare il mondo, la nostra vita, gli altri, con occhi diversi, facendo attenzione ai sapori…
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