"I demoni di San Pietroburgo", di Giuliano Montaldo
Giuliano Montaldo realizza un’opera di innegabile profondità umana e filmica, dove la vita e le opere di Dostoevskij (“I Demoni”, “Il giocatore”) divengono spunti di riflessione su molteplici temi, quali la libertà, il valore della vita umana, i limiti della violenza come processo rivoluzionario. Un’opera densa e stratificata a cui va l’onore di credere ancora nel Cinema come momento di riflessione filosofica, storica e culturale.
I demoni di San Pietroburgo è un’opera stratificata e molto ambiziosa, in cui si cercano di amalgamare tante idee, intuizioni e spunti di riflessione. Ci sono i temi dell’omonimo romanzo di Dostoevskij (la libertà. il valore dell’esistenza umana, le teorie rivoluzionarie) ma anche gli elementi biografici della vita del grande scrittore russo. Montaldo lavora su questi due grandi insieme narrativi per costruire una storia capace di intersecarli, per creare una dimensione del racconto in cui individuo e collettività si fondano e si influenzino in un percorso umano e morale che abbia il compito di mostrare le insensatezze della Storia e dei suoi cicli. Non è infatti sbagliato leggere nella sovversione sanguinaria dei rivoluzionari del film le stesse decisioni di chi sul finire degli anni settanta, in Italia, scelse la clandestinità e la lotta armata (il soggetto di Serbandini risale proprio a quel periodo) e in questo parallelo c’è tutta la profondità della scrittura di Dostoevskij, che, come scrive Octavio Paz, è “un nostro grande contemporaneo perché ha indovinato quali sarebbero stati i drammi e i conflitti della nostra epoca. E ha indovinato perché ebbe la facoltà di penetrare all’interno delle anime. I suoi demoni sono gli antenati dei nostri terroristi. Il mondo di Dostoevskij è quello di una società malata di quella corruzione della religione che chiamiamo ideologia. Il suo mondo è la prefigurazione del nostro.”
Giuliano Montaldo, anche filmicamente, fa delle scelte molto coraggiose e impegnative. Divide il film in tre piani temporali diversi, quello dello svolgimento dei fatti della storia, quello della condanna a morte di Dostoevskij, della grazia e della successiva deportazione e un ultimo tempo, in cui un Dostoevskij ormai anziano sembra come svegliarsi da un sogno o da un incubo, forse tutto il film che abbiamo visto, per poi perdersi nella nebbia di San Pietroburgo, per svanire nei misteri del suo animo e dell’umanità tutta, quasi a sottolineare una libertà impossibile da trovare in vita se non nella fuga, nella scomparsa, nella perdita di se stessi in qualcosa di più grande e avvolgente, forse Dio, forse il nulla. Di incredibile spessore anche il lavoro svolto sulla fotografia (ad opera di Arnaldo Catinari) che cerca di catturare in ogni sequenza la luce naturale degli ambienti.
Il film ha poi i tempi e il ritmo di un’indagine poliziesca, in cui Dostoevskij e l’ispettore Pavlovic (interpretati da Manojlovic ed Herlitzka) si interrogano e si confessano a vicenda, attraverso dialoghi (forse troppo letterari, a volte retorici) che vorrebbero fare luce sulle grandi verità dell’uomo, sulle ombre che si allungano nel suo cuore e sprofondano nei suoi abissi.
Un lavoro attentissimo è stato fatto anche sui costumi e gli ambienti (tra la Russia e Torino) e si è riusciti a ricreare una dimensione altra, perduta e lontana eppure tangibile nella concretezza dei palazzi e degli interni, dove uomini e donne ancora una volta giocano nel teatro dell’esistenza, decidendo sorti e destini di tutti quelli che non hanno la possibilità di far sentire la loro voce. Siano i giovani rivoluzionari o i seguaci dello zar, le loro decisioni e i loro discorsi sono sempre astratti, lontani dalla realtà del popolo, che rimane condannato a soffrire e morire, impossibilitato a dettare la rotta della propria vita.
E un Dostoevskij ormai vecchio e ammalato (le sempre più frequenti crisi di epilessia), con il fiato corto per le pressioni di un editore (deve consegnargli in cinque giorni la stesura definitiva del suo ultimo romanzo: “Il giocatore”), si aggira tra nebbie, commissariati, ricordi e le promesse dei rivoluzionari (giovani che lui stesso ha incendiato con le sue parole) con il cuore ormai gonfio di pietà verso ogni essere umano (il cristianesimo della sua maturità), avendo finalmente compreso che niente ha più valore della vita umana stessa, sia quella di un granduca o dell’ultimo degli straccioni di questa Terra.
Regia: Giuliano Montaldo
Interpreti: Miki Manojlovic, Roberto Herlitzka, Carolina Crescentina, Anita Caprioli, Filippo Timi
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 118'
Origine: Italia, 2007
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