"Il treno per il Darjeeling", di Wes Anderson
Il bel film di Anderson è come la copertina di un disco anni ’60, un universo di freaks e figli di fiori. Lo stile e l’ironia per raccontare l’amara e umanissima esperienza della perdita e dell’elaborazione del lutto. Una lenta e sgangherata costruzione che permette di lasciarsi alle spalle le cose che non servono più. Ciò che conta del passato e del presente continua il viaggio con noi. Verso il sole. In concorso al 64° Festival di Venezia
Due vite s’incrociano per un attimo. Un uomo d’affari non meglio identificato corre nel disperato tentativo di salire su un treno. Un altro uomo, più giovane, lo affianca e lo supera. Un gioco di sguardi che è un bivio. Chi narra determina destini, semina frammenti di storie potenziali per seguirne altre. E qui il narratore compie la sua scelta, lasciando a terra il primo uomo, Bill Murray, per far salire a bordo il secondo, Adrien Brody. Ma in una sola immagine ci fa sentire tutto il peso di questa decisione: chi sta sul treno si toglie gli occhiali e con un sorriso amaro guarda quell’uomo e quella storia abbandonati sulla banchina. E’ già tutto qui, in questa prima scena, il senso di Il treno per il Darjeeling, l’ultimo film di Wes Anderson. Lo stile e l’ironia per raccontare l’esperienza triste e umanissima della perdita. E se si pensa che l’uomo lasciato a terra è Bill Murray, lo Steve Zissou del film precedente, non si può che pensare al padre. L’elaborazione del lutto. Tre fratelli, Francis (Owen Wilson), Peter (Adrien Brody) e Jack (Jason Schwartzman), si ritrovano in India, a distanza di un anno dal funerale del padre, sul treno Darjeeling Limited. L’invito è partito dal maggiore, Francis, ufficialmente per affrontare un viaggio con i fratelli e appianare i vecchi screzi. Il vero obiettivo, però, è quello di andare alla ricerca della madre (Anjelica Huston), ritiratasi da anni in un convento sulle montagne. Una compagnia sgangherata in un viaggio spirituale. Anderson, autore della sceneggiatura insieme a Roman Coppola e allo stesso Schwartzman, torna al suo mondo surreale e folle. Apre con una trovata tanto stravagante quanto geniale, il corto Hotel Chevalier, un piccolo gioiello che presenta il personaggio di Jack alle prese con la sua donna misteriosa e ninfomane (Natalie Portman), tredici minuti che sono un concentrato di risate e rimpiante. Poi trova una magica consonanza con un’India colorata e caotica. Sembra di essere nella copertina di Sgt. Pepper’s, in un universo di canzoni, di freaks e figli dei fiori, di drop out e tossicodipendenti, lisergico e alternativo, simbolico e fantastico. Un’ironia sempre a un passo dal non sense, ma che a poco a poco devia tacitamente nel dramma, nell’esperienza intima della morte e del dolore. Come ne I Tenenbaum, come in Steve Zissou, le famiglie, nel loro grumo di amori e incomprensioni, non sono mai un fatto scontato, un dato biologico certo e immutabile, sono una conquista da perseguire, un atto di generosità da concedere e rinnovare sempre. Il dolore può portare a riconoscersi solo a patto che non ci sia la chiusura nel pianto solitario. Non sappiamo quante siano state le occasioni mancate dai nostri personaggi, ma sicuramente sono state troppe. Così la morte del bambino nel fiume è la misteriosa mano del destino/regista che permette un definitivo superamento del lutto. La fratellanza non vuole funerali privati, ma la condivisione di spazi e riti. Il treno per il Darjeeling è una lenta e sgangherata costruzione che permette di lasciarsi alle spalle il peso delle cose che non servono più. Ciò che conta del passato e del presente continua il viaggio con noi. Verso il sole.
Titolo originale: The Darjeeling Limited
Regia: Wes Anderson
Interpreti: Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman, Anjelica Huston, Amara Karan, Camilla Rutherford, Irrfan Khan, Bill Murray
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 91’
Origine: Usa, 2007
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è una recensione bellissima, davvero!
Inviato da giovanni il 08/02/2012
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