"Slipstream. Nella mente oscura di H.", di Anthony Hopkins

Opera seconda di Anthony Hopkins come regista, il film costruito come un flash-back distorto che si svolge e riavvolge nei labirinti della mente di un personaggio, fra colore bianconero e loro variazioni cromatiche (firma le immagini Dante Spinotti), fatto di scarti, scatti (come spari, diffusi, delle macchine fotografiche…), detriti visivi e sonori che si appropriano di uno spazio e di un tempo alterati, che non sarà mai più ricomposto

Un sogno in un sogno. Citando Edgar Allan Poe. Slipstream, secondo lungometraggio come regista di Anthony Hopkins (a undici anni di distanza dal dramma ottocentesco ispirato a Cechov August), è un film che inanella fino alla saturazione del senso visioni su visioni, nell’adesione al vortice nel quale è intrappolato, (come) nel suo ultimo istante di vita, lo sceneggiatore Felix Bonhoeffer, alle prese con un lavoro che gli sfugge di mano, che vede i personaggi da lui creati trasformarsi in corpi/fantasmi che chiedono spiegazioni del loro esserci.

Lì, nel rapporto sempre più scheggiato e schizofrenico fra sceneggiatore e personaggi, e altrove Slipstream è abitato da interferenze costanti che sbriciolano la tenuta di ogni inquadratura, la frantumano in una moltitudine di lampi, scie, striature subliminali eppure visibili e riconoscibili. Hopkins, nel realizzare la sua personale, e sorprendente, visione di Hollywood, il suo sguardo intimo e depistante sul mondo del cinema, intreccia senza sosta, come in un gioco infinito di sovrimpressioni, i segni di un cinema sperimentale e visionario e quelli di una cinefilia continuamente messa in campo, non senza ironia, con tracce e scorie di una memoria che sta prima del cinema. La sua scomposizione del quadro, che accompagna salvo rari istanti tutto il testo, in particelle scheggiate fa anche tornare alla mente quei lavori di pre-cinema alla ricerca pionieristica del movimento, interrotto e ripreso.

Slipstream (scritto, diretto, interpretato, musicato da Anthony Hopkins), costruito come un flash-back distorto che si svolge e riavvolge nei labirinti della mente di un personaggio, fra colore bianconero e loro variazioni cromatiche (firma le immagini Dante Spinotti), è un film fatto di scarti, scatti (come spari, diffusi, delle macchine fotografiche…), detriti visivi e sonori che si appropriano di uno spazio e di un tempo alterati, che non sarà mai più ricomposto (forse, nell’istante-inquadratura di pace dopo i titoli di coda…). In tale contesto anche gli interpreti assumono un’immagine scheggiata, frantumandosi e ricomponendosi in più personaggi (come Christian Slater) o essendo tali dall’interno di un unico personaggio (come John Turturro). Apparendo e sparendo da un film che è falso movimento espanso, dove tutto prende forma da un viaggio in auto mentale, che sembra provenire dai fondali di un b movie della Hollywood d’oro. Dove è possibile anche incontrare e avere come temporaneo compagno di dialogo Kevin McCarthy, ovvero il protagonista de L’invasione degli ultracorpi, qui nel ruolo di se stesso. In un film, Slipstream, che quel capolavoro di Don Siegel lo cita più volte e che a sua volta assomiglia a un corpo invaso nel sonno da una miriade di baccelli che lo contaminano, producendo in ogni immagine una mutazione inarrestabile, un gesto che disegna un mondo cannibale, quello hollywoodiano, che divora se stesso senza tregua.

 

Titolo originale: Slipstream

Regia: Anthony Hopkins

Interpreti: Anthony Hopkins, Christian Slater, John Turturro, Fionnula Flanagan

Distribuzione: Delta Pictures

Durata: 96’

Origine: Usa, 2007

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