"Certamente, forse", di Adam Brooks

Appena la regia viene fuori dalla cornicetta cool, Brooks pare vergognarsene, e quindi lascia implodere le traiettorie del suo sguardo senza averle neanche accese: una manifestazione d'impotenza, d'impossibilità di liberarsi mai dall'opprimenza di una scrittura che non è capace di sfruttare al di là della funzione di espediente l'ambientazione del film all'interno dei comitati elettorali e il suo dipanarsi attraverso le fasi del sexygate clintoniano.

Adam Brooks scaglia la pietra e nasconde la mano. Come se a girare sequenze con una parvenza di anima o di sentimento (e usiamo due parole probabilmente 'sbagliate') si facesse peccato mortale, appena appena la sua regia viene fuori dalla cornicetta cool (split screen, 'frammenti della città' che si affastellano nelle inquadrature e nel sonoro, timidi accenni di struttura a slittamenti temporali), subito dopo Brooks pare vergognarsene, e quindi lascia implodere le traiettorie del suo sguardo senza averle neanche accese - come un bambino che ruba le caramelle di nascosto dal droghiere, e poi quando gli viene chiesto di mostrare cosa nasconde in quella mano, apra subito il pugno. Due esempi: il protagonista che nell'atrio di un grande magazzino deve localizzare dov'è nascosta la donna (è Isla Fisher, la più deliziosa del terzetto d'interpreti) con cui sta parlando al cellulare: si guarda intorno, la mdp gira con lui, pare una bella apertura cinematografica memore quasi di Jackie Brown: ma alla fine l'uomo becca subito la ragazza sulle scale mobili. E ancora, l'unica sequenza efficace dell'intero film: la richiesta di matrimonio in ginocchio con tanto di anello canonico al Central Park che Will (Ryan Reynolds, piuttosto fuori parte per l'essenza 'nickhornbyana' del film) fa alla prima delle tre donne della sua vita di cui ci viene narrata la storia in flashback (l'altra é Rachel Weisz, incolore come spesso le capita), risolta come un match di performances vocali tra i due pretendenti (o contendenti?), che cercano in tutti i modi di concludere il proprio discorso imponendolo su quello dell'altro, visto che nello stesso istante Emily (Elizabeth Banks) vuole coprire le parole di Will rivelandogli la sua intenzione di lasciarlo. Serie di stacchi tra dettagli delle bocche di entrambi che sputano parole a velocità da rapper, e poi tranquillo chiarimento seduti in panchina: "no!no!no!" sbotta all'improvviso Will squarciando per un attimo la sua calma serafica. Una manifestazione d'impotenza attraverso un piccolo sfogo nervoso che pare essere parallela alla strana impossibilità del film di liberarsi mai dall'opprimenza di una scrittura che non è capace di sfruttare al di là della funzione di espediente (l'incontro tra il 'ragazzo del caffé' e la 'ragazza delle fotocopie') l'ambientazione del film all'interno dei comitati elettorali (Brooks dev'essersi perso The War Room di Pennebaker), e il suo dipanarsi attraverso le fasi del sexygate clintoniano che riempie gli schermi tv e le pagine dei giornali che compaiono nel film. Sembra un ottimo spunto, è solo un'altra caramella rubata e subito restituita al droghiere.

Titolo Originale: Definitely, Maybe
Regia: Adam Brooks
Interpreti: Ryan Reynolds, Isla Fisher, Rachel Weisz, Elizabeth Banks, Abigail Breslin 
Distribuzione: UIP
Durata: 112'
Origine: USA/UK/Francia, 2008

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