"Il divo", di Paolo Sorrentino
A Sorrentino non va riconosciuto soltanto di avere talento, ma di avere un grande talento e di girare con una consapevolezza rara nel cinema italiano e ciò si può vedere, per esempio, nel lungo piano-sequenza del ricevimento. Proprio per questo il suo film è ancora più gravemente detestabile. Perché guida lo sguardo, impone i punti di vista, crea un malsano film-rock dentro una struttura da teatro da manichini che, se non ci si difende, può contagiare nel suo artificiale slancio. Premio della giuria al 61° Festival di Cannes
Cadaveri eccellenti del cinema italiano. Il divo appare infatti come una specie di devastato horror politico in cui la Storia del nostro paese riprende forma come un macabro balletto. Il divo è Giulio Andreotti (interpretato da Toni Servillo), un uomo che non dorme mai quando gli altri lo fanno. Lui invece lavora, scrive libri, fa vita mondana e prega. Uomo impenetrabile, da 40 anni in Italia rappresenta il potere. All’età di circa settant’anni diventa per la settima volta Presidente del Consiglio. Con lui c’è tutto il suo staff di fedelissimi tra cui Paolo Cirino Pomicino (Carlo Buccirosso), Franco Evangelisti (Flavio Bucci), Vittorio Sbardella (Massimo Popolizio), Salvo Lima (Giorgio Colangeli) e Giuseppe Ciarrapico (Aldo Ralli). Il suo potere è immutabile e intoccabile. Finché un giorno la mafia gli dichiara guerra.
L’opera di Sorrentino possiede un accurato lavoro di documentazione. Si apre infatti con le didascalie che definiscono chi sono, per esempio, le Brigate Rosse, la Democrazia Cristiana, la Loggia P2. Poi si spinge su una volontaria deformazione, quasi ispirata ai “freaks” di Tod Browning in cui alla caricatura fisica c’è anche un lavoro sulla voce meccanica. Ci sono due battute del film esemplari in questo senso: “De Gasperi e Andreotti andavano in chiesa insieme. De Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete”. Risposta del Divo: “I preti votano, Dio no!”. Il trucco rende pressocché irriconoscibili i personaggi. Sorrentino, in maniera ancora più netta di L’amico di famiglia, li manipola a proprio piacere. Nei movimenti, nelle espressioni, come si può vedere dai lunghi primi piani o dall’utilizzo insistito del ralenti. Costruisce quindi un vero e proprio “teatro dei manichini” inserito in una sorta di “museo delle cere” dove il suo sguardo invadente e ossessivo domina su tutto. Chiaramente il cineasta napoletano non lascia spazio a nessun compromesso: o si ama o si detesta. Il divo è proprio l’esempio di quel cinema italiano “imbalsamato” da cui ci si vuole distanziare, che sembra riprendere il grottesco-claustrofobico di Elio Petri esploso in Todo modo con invece quelle fasulla duplicazione della realtà dei film di Giuseppe Ferrara (Cento giorni a Palermo, Il caso Moro). A Sorrentino non va riconosciuto soltanto di avere talento, ma di avere un grande talento e di girare con una consapevolezza rara nel cinema italiano e ciò si può vedere, per esempio, nel lungo piano-sequenza del ricevimento. Proprio per questo il suo film è ancora più gravemente detestabile. Perché guida lo sguardo, impone i punti di vista, crea un malsano film-rock (il finale con la canzone di Da Da Da del gruppo tedesco Trio) che, se non ci si difende, può contagiare nel suo artificiale slancio. Inoltre questo film sull’Italia appare poi limitato in Italia. Ci si chiede come uno spettatore, diciamo al di fuori dell’Europa, possa comprendere tutto l’accumulo di personaggi, riferimenti, situazioni storiche presenti dentro il film. C’è solo un attimo in cui Il divo respira autenticamente, anche solo per un attimo. Il Divo e la moglie Livia (Anna Bonaiuto) stanno guardando insieme la tv e hanno un momento di sincera tenerezza mentre sullo schermo ci sono le immagini del concerto di Renato Zero che canta migliori anni della nostra vita. Un solo attimo, un solo lampo nel buio.
Regia: Paolo Sorrentino
Interpreti: Toni Servillo, Carlo Buccirosso, Anna Bonaiuto, Flavio Bucci, Piera Degli Esposti, Giulio Bosetti
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 110’
Origine: Italia, 2008
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Una recensione di imbarazzante qualunquismo, Simone. Roba degna di un André Bazin scaduto.
Inviato da Sandor Krasna il 30/08/2009
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