"Gomorra", di Matteo Garrone
Dal potente best-sellers di Saviano, il cineasta realizza un corale noir malato, di ambienti e di volti che riesce a reggere bene i 135 minuti di durata. Eppure, rispetto alla materia narrativa caldissima, c’è sempre la sensazione che il film sia troppo trattenuto come se avesse paura di perdere di vista la strada già tracciata. Finisce per non rischiare, ma neanche però per catturare autenticamente. Alla fine, un’opera più importante che bella. Gran Premio della giuria al 61° Festival di Cannes
Dal potente best-sellers di Saviano, Gomorra porta i segni di un corale noir malato, che potrebbe quasi aspirare – nell’utilizzo dei volti, nel modo di filmare lo spazio della periferia – a quel vibrante affresco di Romanzo criminale di Placido. Nel libro omonimo – adattato oltre che dal regista e dallo stesso scrittore, anche da Gaudioso, Chiti, Braucci e Di Gregorio – c’era una densità narrativa tale che era difficile districarsi. E comunque, a livello di tensione, il film riesce a reggere i suoi 135 minuti di durata senza cali d’intensità. È però da vedere se ciò dipende dalla materia narrativa e dai temi che la scrittura di Saviano solleva o dalla capacità di Garrone di materializzarli. Se si deve fare una scelta, si pende verso la prima soluzione. Gomorra è un film sul potere. Sul potere dei soldi, sul sangue per ottenerlo. In uno spazio compreso tra Aversa e Casal di Principe, in provincia di Caserta, gli abitanti sono come condizionati da un sistema che li controlla dall’alto. Nella pellicola si incrociano infatti i destini di diverse figure: Toto, un tredicenne che vuole crescere più in fretta possibile e già inizia a frequentare la scuola di vita della Camorra; Don Ciro, discreto ‘ragioniere’ incaricato di portare il denaro alle famiglie del suo clan; Marco e Ciro due ragazzi che aspirano a diventare due gangster feroci come Tony Montana in Scarface: Roberto, un ragazzo che inizia a lavorare con Franco (interpretato da Toni Servillo) che gli promette di fare la bella vita coinvolgendolo in affari poco leciti; Pasquale, un bravissimo sarto che accetta, in cambio di un grosso ingaggio, di lavorarte in segreto con la concorrenza cinese che vuole fare dei corsi per i suoi lavoranti.
La materia, come si vede c’è, ed è caldissima. Attira poi il modo di rappresentare gli ambienti e i piani dei protagonisti, sempre sospesi sul filo di un precario equilibrio. Ogni movimento appare un pericolo. Ciò può essere evidente nell’immagine, per esempio di Don Ciro quando cammina per strada, del sarto Pasquale quando è nascosto nel bagagliaio dell’auto o dei due aspiranti giovani boss nel momento in cui si impossessano di un carico d’armi e si divertono a sparare sulla spiaggia. Eppure il cinema di Garrone continua a non convincere, soprattutto nel modo in cui trasfigura la realtà. Tutto questo, e si vedeva anche in L’imbalsamatore e nel deludente Primo amore, si avverte proprio nella sua apparente distanza da ciò che viene rappresentato e poi dal modo in cui l’immagine è come manipolata da spostamenti, dai grigi persistenti della fotografia di Onorato che lasciano in uno stato di stasi in cui tutto appare immodificabile. Certamente Garrone (come lo stesso Sorrentino) ha il merito di essere un cineasta che ha un suo sguardo comunque riconoscibile, ma proprio rispetto a Placido, il progressivo surriscaldamento emotivo è come trattenuto, proprio per paura di far precipitare il film nel vuoto. Ecco, forse un’opera come Gomorra avrebbe dovuto avere il coraggio di lanciarsi fino in fondo in questo vuoto. Ma, malgrado i personaggi di Saviano siano già così forti, sono come troppo studiati, troppo microscopicamente analizzati nei loro gesti. C’era, per esempio, il momento in cui Pasquale vede in tv Scarlett Johansson a un festival con un modello di vestito che lui ha creato. In questo frangente, forse, ci si poteva gettare in pieno, lasciando uscire provvisoriamente il personaggio dalla storia. Però è come se Garrone abbia sempre paura di perdere la strada. Finisce per non rischiare, ma neanche però per catturare autenticamente. Alla fine, un’opera più importante che bella.
Regia: Matteo Garrone
Interpreti: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Giorgio Morra, Salvatore Abruzzese
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 135’
Origine: Italia, 2008
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