"Morire di lavoro", di Daniele Segre
Il film di Daniele Segre è un’invocazione, un recitativo, e un atto d’accusa. Recitativo dei testimoni davanti alla mdp, su fondale nero, decisi a guardarci negli occhi e a fare il loro atto d’accusa sulle morti sul lavoro nel settore edilizio. Ma soprattutto, invocazione dei fantasmi delle vittime e dei martiri caduti, che affollano l’inquadratura venendo fuori da quello sfondo nero in ogni istante.
Giudici eletti, uomini di legge / noi che danziam nei vostri sogni ancora / siamo l'umano desolato gregge / di chi morì con il nodo alla gola.
Quanti innocenti all'orrenda agonia / votaste decidendone la sorte / e quanto giusta pensate che sia / una sentenza che decreta morte?
Uomini cui pietà non convien sempre / male accettando il destino comune, / andate, nelle sere di novembre, / a spiar delle stelle al fioco lume, / la morte e il vento, in mezzo ai camposanti, / muover le tombe e metterle vicine / come fossero tessere giganti / di un domino che non avrà mai fine.
Uomini, poiché all'ultimo minuto / non vi assalga il rimorso ormai tardivo /per non aver pietà giammai avuto/ e non diventi rantolo il respiro: / sappiate che la morte vi sorveglia/ gioir nei prati o fra i muri di calce, / come crescere il gran guarda il villano/ finché non sia maturo per la falce.
(FdA, Recitativo – Due Invocazioni e un Atto d’Accusa)
Morire di Lavoro è un’invocazione, un recitativo, e un atto d’accusa. Documentario sulle assurdità delle morti sul lavoro nell’oscuro mondo dei cantieri in nero (e non solo), il film di Daniele Segre si avvale dei recitativi di vedove, sopravvissuti, parenti in lutto, “manovali” che si esprimono in dialetti distanti, in lingue diverse perché non italiane. Stagliati su sfondo nero, in primo piano, tutti questi testimoni fanno il proprio atto d’accusa, raccontano la propria storia, il proprio dolore, i propri incidenti. Ogni tanto, Segre squarcia l’ineffabilità del montaggio serrato delle voci e dei volti con improvvise aperture su vedute tipiche di paesaggi d’Italia: il Duomo di Milano, il Golfo di Napoli. In piena evidenza, le tracce dei cantieri aperti: gru, impalcature, ruspe. Fuori campo, le voci dei fantasmi: di nuovo in idiomi differenti e lontani, lettere allo spettatore declamate da virtuali vittime di travi mortali, o cadute fatali. E’ forse una debolezza ‘fiction’ questa di Segre – voler didascalicamente sottolineare l’immutabilità della situazione dal nord a sud, e spingerci verso un’empatia tanto più vera quanto più possibilmente ‘a contatto’ con la parola-carne dei martiri. Eppure, i fantasmi affollano questo film sin dall’inizio: dietro ad ogni fondale nero, li senti quasi comparire, li vedi agitarsi, li percepisci testimoniare – tutti i morti di cui parlano le persone guardando in camera, tutti gli incidenti messi a tacere, tutte le ingiustizie dei “caporali”, tutto il sangue nascosto. I fantasmi riempiono l’inquadratura, dietro agli occhi di chi parla alla mdp, sempre deciso, mai abbattuto. E quando Segre filma i dialoghi, tra i lavoratori in riunione o in pausa-pranzo, o quell’attimo sospeso in cui mette a parlare un ragazzo che ha perso l’uso delle gambe in cantiere e la sua ragazza che tenta di dissuaderlo dal tornare a guidare l’escavatore, è come se all’improvviso gli stessi fantasmi prendessero incredibilmente corpo, mostrandosi a noi come un monito terribile, un’accusa mai doma, allo stesso modo dei corpi inflessibili ritagliati impietosamente nel bianchenero ‘sporco’ del collettivo Amanda Flor nel clamoroso e bellissimo La rieducazione, in qualche modo incentrato su tematiche simili. Rispondendo all’invito dell’obiettivo di Daniele Segre, che sin dalla prima inquadratura, appunto, continua a realizzare la sua invocazione.
Regia: Daniele Segre
Interpreti: Lavoratori e familiari di lavoratori morti nel settore costruzioni in Italia e tre attori, 2 italiani e uno senegalese: Ciro Giustiniani, Luca Rubagotti, Seck Bamba
Durata: 88’
Origine: Italia, 2008
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