"L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza", di Cao Hamburger
Presentato al 57° festival di Berlino, il film non cede ai canoni classici del film di formazione infatti manca l’enfasi e il pathos solitamente riservati al “passaggio” e alla conquista della consapevolezza. L’opera appare al tempo stesso tenera ma girata con un rigore ed una freddezza che fuggono da ogni cedimento al pathos. Può quindi essere vista come una una chiave di lettura del Brasile e del suo cinema
Presentato alla 57° edizione del Festival di Berlino, L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza racconta l’estate 1970 del dodicenne Mauro, affidato dai genitori attivisti politici e in fuga dalle persecuzioni del regime militare del generale Garrastazu Médici, al nonno di San Paolo. Per uno strano scherzo del destino, il nonno, un vecchio barbiere ebreo sempre molto puntuale, muore proprio il giorno dell’arrivo di Mauro, che viene quindi accudito dalla comunità ebraica alla quale il nonno apparteneva, ed in particolare da Shlomo, suo anziano vicino di casa.
Il lungometraggio di Cao Hamburger non vuole cedere ai canoni classici del film di formazione; infatti manca l’enfasi e il pathos solitamente riservati al “passaggio” e alla conquista della consapevolezza. Sembra quasi che Mauro voglia vivere in una sorta di sospensione vicina al sogno, in cui mischia gli elementi di realtà violenta, come le scene della repressione studentesca viste dal suo punto di vista, dall’ alto verso il basso, all’ attesa di un ritorno che forse lui stesso sa essere improbabile. In questa sorta di tentativo di rifugio dalla storia e dalla crudeltà del mondo adulto, il calcio ha un ruolo fondamentale. Il 1970 è l’anno di Pelè e del suo Brasile Campione del Mondo, e le immagini televisive dell’epoca, che lo vedono entrare attraverso le tv in bianco e nero nelle case dei vicini di casa di Mauro, lo rendono quasi un eroe delle favole, capace con la sua presenza di riportare Mauro alla sua vita normale e alla sua piccola famiglia ormai disgregata. Come se volesse mettersi dei tappi alle orecchie per non sentire i rumori terribili e spietati della realtà, Mauro si rifugia nel calcio e passa la sua estate a raccontarsi quello che succederà il giorno della finale di Coppa.
L’ atmosfera semi-onirica si concilia bene con il quartiere di Bom Retiro, e soprattutto con i suoi colori, con i toni talvolta nostalgicamente spenti del marrone e del grigio che prevalgono negli interni piccolo borghesi, che danno un’immagine diversa del Brasile che siamo abituati a conoscere, piena di vibrante dignità. Non manca un’affettuosa ironia nei confronti della comunità ebraica di San Paolo, che Hamburger, figlio di un ebreo tedesco e di un’italiana, ritrae nelle sue piccole e tenere manie e abitudini, e un omaggio a Sergio Leone e al suo C’ era una volta in America , con la scena, innocente e priva di morbosità, dei ragazzi che spiano Irene dai buchi della parete.
Film tenero ma al tempo stesso girato con un rigore ed una freddezza che fuggono da ogni cedimento al pathos, L’ anno in cui i miei genitori andarono in vacanza è soprattutto una chiave di lettura del Brasile e del suo cinema, che da oltre dieci anni sta vivendo un periodo di intensa ricerca e consapevolezza della sua storia e del suo passato. E’ la storia di un bambino che vuole rimanere bambino per non farsi male, per non confrontarsi con la realtà. Per questo l’ultima frase di Mauro, “Per me esiliato vuol dire uno come papà, che è sempre in ritardo e non arriva mai” che sappiamo essere una sfacciata bugia, è piena di struggente e lirica verità.
Titolo originale: O ano em que meus pais saìram de férias
Regia: Cao Hamburger
Interpreti: Bràulio Mantovani, Claudio Galperin, Michel Joelsas, Germano Haiut, Paulo Autran, Daniela Piepszyk, Simone Spoladore, Caio Blat, Liliana Castro, Eduardo Moreira
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 104’
Origine: Brasile, 2006
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