"Per darmi una prospettiva di realtà": "E venne il giorno", di M. Night Shyamalan
Nessun appiglio, nessun approdo, nessuna risposta, ma solo domande, ecco che cos’è il cinema di M. Night Shyamalan. Ecco perché in questo cinema i corpi sono esposti a brivido e paura: l’uomo posto di fronte alla verità della sua fragilità è timore e tremore
Se non ci fossimo noi come testimoni il mondo non esisterebbe, perché nessuno potrebbe darne testimonianza, nel senso che nessuno potrebbe ereditarlo.
Il mondo in Shyamalan è una continuità di affetti e sensazioni che si presenta ai sensi di chi condivide una realtà immaginata dentro una sfera magica di sogno e insieme dentro una sfera di valore esistenziale, a meno che non fossimo disposti a tagliarci via un pezzo di cuore.
In questo cinema scoprire e scoprirsi parte del mondo è una deriva vissuta in una prospettiva di cui non è sempre possibile segnare, prima o dopo, le tracce, le tappe.
Qui la topografia dell’animo è luogo di non sempre facile esplorazione, i suoi sentieri talvolta restano sconosciuti perché troppo tortuosi per essere battuti, eppure il minimo tentativo di osservazione basterebbe, perché già in esso si iscrive quel senso indefinito di stordimento che nasce dall’incrocio tra essere ed esistere.
Nel desiderio di potersi o volersi orientare ogni nostro sforzo incontra il mondo, è una percezione del mondo, ciò che di esso riusciamo ad afferrare, a prendere, ciò di cui riusciamo ad impossessarci.
Ora con quale spinta nel petto questo cinema potrebbe rivibrare sulla punta delle dita? Forse come una sorpresa che ci scuote e ci emoziona, che ci smuove, che ci trasporta fuori, che ci rivolta, e cerca di rileggere in tutto ciò che ci circonda il senso della nostra esistenza.
Nessun appiglio, nessun approdo, nessuna risposta, ma solo domande, ecco che cos’è il cinema di M. Night Shyamalan. Ecco perché in questo cinema i corpi sono esposti a brivido e paura: l’uomo posto di fronte alla verità della sua fragilità è timore e tremore.
E venne il giorno, in originale The Happening: avvenimento. Evento. Venir fuori.
Cosa rimane dell’immagine dopo che la realtà ha ripreso a scorrere davanti agli occhi? Come poter vedere ciò che si agita dietro il muro del sonno/sogno? In questa meravigliosa dialettica tra sogno e realtà, in questa veglia onirica, che è il cinema di Shyamalan, sembra potersi respirare il senso del cinema di Frank Capra, come in quei suoi luoghi onirici, fuori della realtà e del mondo, che pure aprono squarci sulla Storia… Shyamalan vede il vuoto e il nichilismo nascosto dentro le immagini (gli oggetti finti, la bambola sul letto nella villa della signora Jones), osserva il paesaggio in cui prendono corpo i segni di una profonda inquietudine (le sequenze con il vento che scuote l’erba e le fronde degli alberi) con quei dolly leggeri che comunicano l’illusione di poter essere strappati alla realtà (come quella breve visione verticale che apriva The Village); lo smarrimento di Elliot (Mark Wahlberg), gli occhi impauriti e sorpresi di Alma (Zooye Dechanel), i sussurri e le grida di Jess (Ashlyn Sanchez), la fuga dall’irrazionale, il ripetersi di note tonalità affettive come la verità e l’amore segnano la profondità figurativa delle sequenze del film su cui si stende la musica di James Newton Howard.
Oltre la sottile linea gialla e fuori il condominio alveare alla periferia di Filadelfia non ci sono che ricoveri instabili, ambigui e angoscianti. Qui il linguaggio del cinema da di nuovo corpo ad un pensiero che oscilla tra inquietudine e ritorno alla luce (come pure accadeva ne Il cartaio di Dario Argento), prerogativa inevitabile per chi è ferito dalla realtà ma non può smettere di cercarla (per parafrasare Paul Celan).
Titolo originale: The Happening
Regia: M. Night Shyamalan
Interpreti: Mark Wahlberg, Zooey Deschanel, John Leguizamo, Ashlyn Sanchez, Betty Buckley
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 91’
Origine: USA, 2008
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