Rewind: "Funny Games U.S.", di Michael Haneke
Grandissimo Haneke: il suo Funny Games U.S. è un’operazione culturale di incredibile spessore, una reiterazione dello sguardo che lascia sorpresi e storditi, nonostante si conosca a memoria il film originale. Per una volta, il messaggio non è più contenuto nel film, bensì diventa il film stesso.
Rewind: torniamo indietro con il telecomando e ricominciamo a guardare, dall’inizio. Non cambia nulla, stiamo guardando ancora lo stesso film. Non è un déjà vu, siamo sempre e ancora noi…
Se è ormai lecito parlare di remake in termini di un genere a parte, allora il film di Haneke da oggi in poi non può che venire considerato come un nuovo punto di riferimento. Scegliendo di rifare in suolo americano il suo Funny Games, il regista austriaco decide di non cambiare nulla, se non gli attori: stessa sceneggiatura, stesse inquadrature, identico ritmo lento e spietato, accompagnato dall’usuale sguardo gelido dell’autore. Cambia qualche piccolissimo dettaglio qua e là (il telefono fisso nel 1997 che oggi diventa naturalmente un cellulare), ma sostanzialmente si tratta del medesimo film. Volendo cercare un riferimento analogo, alla mente non può che tornare lo Psycho di Gus Van Sant, bellissima operazione di rilettura filologica e pop del capolavoro Hitchcockiano, nonostante intenti e soluzioni rimangano diversi. Laddove Van Sant rimarcava lo statuto di opera d’arte di uno dei più bei thriller della storia del cinema, riarrangiandolo “come se fosse un testo di Shakespeare o una sinfonia di Beethoven” [Paolo Mereghetti], ad Haneke interessa la reiterazione del proprio messaggio, messaggio che non è più solamente contenuto nel film, ma diventa il film stesso.
Sull’ambiguità morale, sul discorso sulla violenza e il rapporto voyeuristico con lo spettatore, vale quindi qualsiasi discorso già fatto dieci anni fa per l’originale: in questa sede è bene invece riflettere sul significato intrinseco che un remake del genere si porta con sé, un’operazione culturale di inau
dito e cristallino spessore, talmente evidente da essere sotto gli occhi di tutti. Come un Wong Kar-Wai, che con il magnifico Un Bacio romantico (altro capolavoro sottovalutato) si è trasferito negli States per dimostrare la commovente universalità del messaggio e della sua poetica, spostando il proprio sguardo oltreoceano anche Haneke lo ha mantenuto intatto, ribadendo l’estrema attualità del proprio contenuto: dieci anni dopo, non è ancora cambiato nulla. Né è destinato a cambiare: proprio come nel finale, è impossibile intravedere una qualsiasi forma di catarsi, per nessuno. Funny Games U.S. (notare bene la specificazione del titolo) e Funny Games sono la stessa identica partitura filmica, l’opera straordinaria di un grande regista che sa bene quanto sia difficile che un “piccolo” ed economico film austriaco possa raggiungere le notoriamente pigre platee americane: quindi tanto vale sbatterglielo nuovamente in faccia, mostrare loro l’orrore del nostro presente e accompagnarlo da volti e nomi nuovi ma familiari (Tim Roth, Naomi Watts…). Se il traduttore sa il fatto suo, Guerra e pace non rimane un capolavoro tanto in russo quanto in italiano?
Titolo originale: id.
Regia: Michael Haneke
Interpreti: Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt, Brady Corbet
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 111'
Origine: USA/Gran Bretagna/Francia, 2008
-
Più che un film dell'orrore, un film orrendo. Gratuitamente crudele, dietro un minuscolo messaggio intellettuale, nasconde la vacuità di un torture porno qualsiasi. Citare Hitchkock è quantomeno fuori luogo.
Inviato da Emanuela il 11/04/2012
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