CINEMA. Festa internazionale di Roma 2007 - "Volevamo un film noir che fosse moderno e atemporale". Incontro con Monica Bellucci e Alain Corneau
Si è aperta oggi la seconda edizione della Festa del cinema di Roma con l’anteprima del film La Deuxieme soufflé, remake dell’omonimo capolavoro di Jean-Pierre Melville del 1966. Diretto da Alain Corneau e interpretato da Daniel Auteil e Monica Bellucci, la pellicola francese partecipa al Concorso ufficiale. Abbiamo incontrato il regista francese e l’attrice italiana
Si è aperta oggi la seconda edizione della Festa del cinema di Roma con l’anteprima del film La Deuxieme soufflé, remake dell’omonimo capolavoro di Jean-Pierre Melville del 1966. Diretto da Alain Corneau e interpretato da Daniel Auteil e Monica Bellucci, la pellicola francese partecipa al Concorso ufficiale. Abbiamo incontrato il regista e l’attrice italiana, nel corso di una conferenza stampa che ha visto una massiccia presenza di addetti ai lavori.
Può parlarci di questo progetto che ha covato per molti anni? Perché fare un remake di un film che da molti è considerato un classico?
A.C.: Per l’amore per il cinema e per le grandi storie epiche innanzitutto. Le fonti erano ovviamente non solo il film del ’66 girato da Melville, ma anche il grande romanzo di Josè Giovanni. Il libro è costruito come una tragedia greca, i cui temi ovviamente non sono realistici ma eterni. Dentro di me sentivo una grandissima voglia di rivivificare le fonti del noir e realizzare un’opera atemporale. Le storie sui gangster sono come le grandi storie della mitologia classica, sono storie dal respiro assoluto.
Una domanda per la Bellucci. Cosa significa per lei interpretare un ruolo così complesso? Che tipo di sfida è stata?
M.B.: Non è mai un rischio fare un film con un grande regista come Alain Corneau. Per me questo film e questo ruolo sono un regalo. Manouche è un personaggio complesso ed emblematico, a cui tengo molto e che ho subito immaginato dai capelli biondi come le femme fatale dei grandi film noir anni ’40 e di tutto il cinema francese degli anni ’50 e ‘60. Il suo biondo sta a significare una immagine finto-borghese che si è costruita per rinnegare le sue origini selvagge e di strada. Rispecchia un’estetica molto vicina a quella degli anni ’50, epoca molto importante per il look delle donne e per la loro dimensione sociale. Lei è al contempo una ribelle e una compagna fedele alle vecchie tradizioni. Di solito il noir è una storia di uomini perturbati da una donna. Il mio personaggio lo è però solo in parte. Manouche ha una sua coscienza.
Questa storia, riletta oggi, cosa racconta a noi spettatori?
A.C.: I personaggi della storia sono veri e credibili, ma allo stesso tempo non sono così nella realtà. Il mio interesse principale era quello di costruire un meccanismo tragico e non certo una cronaca documentaristica. Poi allo stesso tempo era come se idealmente si chiudesse un cerchio con questo film. Dai grandi noir francesi alle riletture americane, proseguendo con le operazioni noir compiute da registi come De Palma e Scorsese fino ai grandi film di genere hongkongesi, e poi di nuovo la Francia con questo mio film. E’ un cerchio che chiude. In effetti la cosa bella del noir è che è un corpo unico e collettivo che coinvolge diverse cinematografie. E certamente – come nell’ultimo film The Departed di Scorsese – ho sentito le necessità di rifarmi anche esteticamente a molto cinema orientale. Come ho già detto tutti volevamo realizzare un film noir che fosse contemporaneamente moderno e fuori dal tempo.
Alla Festa del cinema quest’anno è dedicato un omaggio ad Anna Magnani. Cosa pensa delle grandi attrici del passato?
M.B.: Per me sono una fonte di ispirazione costante. Dalla Magnani alla Loren, e poi Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida. Tante attrici che hanno fatto la storia del nostro cinema, da cui non si finisce mai di imparare.
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