CINEMA. Festa Internazionale di Roma 2007 - "La giusta distanza", di Carlo Mazzacurati (Concorso)

Specie di ‘noir padano’ che ritorna alle atmosfere di Notte italiana, il film d’esordio che il regista veneto ha diretto nel 1987, che però si approccia al genere in maniera macchinosa, senza passione, dove ogni ambiguità è solo il risultato di una scrittura troppo articolata dove ci hanno lavorato ben 4 sceneggiatori

Bisogna avere ‘la giusta distanza’ per avvicinarsi a un film come quello di Mazzacurati. Si rischia infatti di scivolare pericolosamente nel discorso generalista di un cinema italiano che approccia soltanto timidamente e superficialmente i generi e che non ha il minimo coraggio di rischiare. Il cineasta veneto sembra infatti tornare alle atmosfere di Notte italiana, film con il quale ha esordito nel 1987; La giusta distanza ha infatti l’ambizione di essere una sorta di ‘noir padano’, arricchito anche da quell’illuminazione ora oscura ora soffocante, della fotografia di Luca Bigazzi. Ma Mazzacurati si approccia al genere in maniera macchinosa, senza passione, dove ogni ambiguità è solo il risultato di una scrittura troppo articolata dove ci hanno lavorato ben 4 sceneggiatori (oltre allo stesso regista, anche Doriana Leondeff, Marco Pettenello, Claudio Piersanti).

Il primo film italiano presentato in concorso alla Festa Internazionale di Roma è ambientato in un lembo alle foci del Po dove c’è un piccolo paese con poche case isolate. Qui un giorno arriva Mara (Valentina Lodovini), una giovane maestra arrivata lì per una supplenza provvisoria prima di patire per il Brasile per un progetto di cooperazione. Attorno a lei ruotano altri personaggi: Hassan (Ahmed Hafiene), un meccanico tunisino che con la sua onestà e il duro lavoro si è conquistato il rispetto degli abitanti del posto; Giovanni (Giovanni Capovilla), un diciassettenne aspirante giornalista che spia le mail di Mara e trascorre parte del suo tempo ad aggiustare una vecchia motocicletta nell’officiba di Hassan; Amos (Giuseppe Battiston) che si è arricchito con la sua tabaccheria; Guido (Stefano Scandaletti), il conducente della carriera. Tra Mara e Hassan nasce un’attrazione. Poi però anche gli altri personaggi avranno un ruolo centrale nella vicenda e condizioneranno la direzione del legame che si sta instaurando tra i due protagonisti.

Il modello del film di Mazzacurati, con cui le forme del noir padano si contaminano,  appare la ‘commedia all’italiana’ anni ’60, già omaggiata direttamente con A cavallo della tigre (remake del film di Comencini) e La lingua del santo. La struttura infatti viene stancamente replicata: una cittadina che viene animata dall’arrivo di un personaggio esterno. Da qui ne consegue anche la caratterizzazione di ogni singolo personaggio che, prigioniero ognuno della scrittura che l’ha creato (tra cui quello di Bentivoglio nei panni del direttore del giornale) non sembrano mai evolvere. La giusta distanza poi, come gran parte del cinema di Mazzacurati (Un’altra vita, Il toro, Vesna va veloce) mette in primo piano il tema dell’immigrazione e forse Hassan è l’unico personaggio che sembra avere un’anima autentica; non a caso è lui il protagonista dell’unico momento vitale del film, quello del ballo nel corso di una festa, prima di sprecarlo successivamente con la visione felliniana della vecchia maestra del luogo che di notte sta sola su un’imbarcazione che si trova sul fiume. Il film inoltre risulta particolarmete appesantito dalla presenza dello sguardo intermedio del giovane giornalista. Un occhio oggettivo che riesce a vedere meglio le cose. Peccato che non ci si identifichi mai con lui perché si è come costretti a mantenersi alla ‘giusta distanza’.

 

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