CINEMA. Festa Internazionale di Roma 2007 - "L'Amour Cachè", di Alessandro Capone (Concorso)
Due tracce parallele, spesso sovrapposte, percorrono la pellicola di Alessandro Capone, progetto cinematografico nato dalla stretta collaborazione tra Italia, Lussemburgo e Belgio, che si porta dietro tutti i difetti del cinema finto-autoriale del bel paese, impegnato a costruirsi una solida gabbia di stilemi del tutto fini a sé stessi. In concorso alla Festa Internazionale di Roma L’Amour Cachè si compiace delle sue scelte formali, crogiolandosi in interminabili rallenty e negandosi le necessarie evoluzioni
La complessità e la contraddittorietà dell’animo umano osservate al microscopio. Un laboratorio dall’asettica e neutrale monocromia nel quale tenere prigioniera una donna, chiusa nei suoi colpevoli silenzi, costretta a fare emergere il suo lato oscuro, quello più intimo e crudele, alimentato da un odio profondo verso la sua stessa progenie. Odio che si trasforma quasi naturalmente in un insopprimibile desiderio di morire, sempre più invadente, man mano che il passato riaffiora, ripercorso in bianco nero per risultare ancora più distante, quasi non fosse parte della sua stessa vita. Due tracce quindi, parallele, spesso sovrapposte, mai l’una la causa dell’altra, che percorrono la pellicola di Alessandro Capone, progetto cinematografico nato dalla stretta collaborazione tra Italia, Lussemburgo e Belgio, che si porta dietro tutti i difetti del cinema finto-autoriale del bel paese, impegnato a costruirsi una solida gabbia di stilemi del tutto fini a sé stessi. Intellettualismo di maniera mascherato da onesta e coraggiosa discesa agli inferi, viaggio tormentato tra le pieghe dell’inconscio, alla ricerca di una verità mai scoperta.
Ennesimo tentativo del regista italiano, dopo l’horror italo-statunitense Streghe e lo spettacolo teatrale poi film per il grande schermo Uomini sull’orlo di una crisi di nervi, L’Amour Cachè si compiace delle sue scelte formali, crogiolandosi in interminabili rallenty e negandosi le necessarie evoluzioni, solo potenzialmente sopravvissute. Come se non bastasse in più di un’occasione Capone, anche co-sceneggiatore dell’opera, gioca la carta del simbolismo imperscrutabile, introducendo brevi scene dai colori acidi all’interno di una narrazione del tutto priva di ispirazione, svuotata di quei tumulti interiori di cui al contrario dovrebbe farsi veicolo. Così Danielle-Isabelle Huppert incontra il suo doppio in un istante d’inspiegabile “esplorazione saffica” e Sophie, la fonte della sua disperazione di madre, giace nuda tra le sue braccia, adagiata su un letto di fango. Meno simbolico, ma altrettanto debole, il personaggio della dottoressa interpretata da una Greta Scacchi dalla ridotta gamma espressiva, minata nelle sue certezze dall’instabilità dei suoi pazienti, in un continuo scambio tra sano e malato ai confini dell’ovvietà.
La messinscena è quasi finita, ma non prima di aver illustrato per filo e per segno, con tanto di grafici e sterili proiezioni, il comportamento dell’animale-uomo nei confronti della prole. Resta solo l’illusione di un futuro che dia ai personaggi una seconda possibilità e al cinema di Capone la chiave per arrivare al cuore.
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