CINEMA. Festa Internazionale di Roma 2007 - Prova a prendermi...

Il fotografo è l’esecutore materiale dell’eutanasia della critica impegnata e dei pensatori di cinema "letterato", infastiditi dagli “scatti” della vita, dalla vita tutta, forse. Il fotografo è l’imperatore di questa Roma in festa: prova istintivamente a scardinare le mura del teatro dei compiacimenti, della condiscendenza sotterranea

Foto di Umberto VerdolivaSe Alessandro Baricco chiede di aprire nuovi (?) orizzonti al cinema, quelli mentali racchiusi nelle pagine di un libro, quelli più immaginari della letteratura, per non confondersi nella linea mediana della tecnica, dell’ortodossia formale, tipicamente cinematografica, viene da pensare se questa non è già la strada battuta e mestamente percorsa da sempre, specie qui in Italia, ma anche in buona parte dell’Europa. La sua sembra essere una visione in “retrospettiva”, quale sembra essere quella della festa. Non esiste immagine o parola senza il suo opposto. Non esiste probabilmente letteratura cinematografica senza il cinema letterario. Quadro vivente e disegno d'inchiostro. Binomio di concetto, binomio fantastico. Ma tutto sarebbe fantastico se le parole (come quelle di Mircea Eliade) venissero estraniate, spaesate, gettate l’una contro l’altra in un cielo (come quello di Coppola) mai visto prima. La letteratura o filosofia al cinema è troppo spesso come un’incrostazione parassitaria che circonda le immagini e le parole e le rende sempre più irraggiungibili. Coltre di nebbia tanto spessa da risultare soffocante e da inibire qualsiasi possibilità di rapporto diretto e nutritivo. Così ci si chiude all’interno di un circuito senza finestre dove si può fingere ancora, a dispetto della propria molesta consapevolezza, che ci siano ascoltatori, spettatori, riconoscimenti, problemi cruciali per cui battersi, interpretazioni da attaccare o da difendere strenuamente e “red(ford)ianamente”. Ecco perché forse il fotografo in sala stampa qui a Roma è figura indesiderata perché sbatte, urla, è colui che non lascia morire in pace la critica cinematografica, il cinema confezionato, la festa dei pochi eletti (produttori, distributori, i partiti democratici). Il fotografo è come il “cemento armato”: testardo, duro, impaziente e poi deriso, snobbato, scostato, ma sempre più indispensabile ed ingombrante. Il fotografo è l’esecutore materiale dell’eutanasia della critica impegnata e dei pensatori di cinema letterato (ancor più numerosi alla festa confusionaria), infastiditi dagli “scatti” della vita, dalla vita tutta, forse. Il fotografo è l’imperatore di questa Roma in festa:  prova istintivamente a scardinare le mura del teatro dei compiacimenti, della condiscendenza sotterranea, invasiva, oscuramente perversa agli appetiti filistei di chi trova in tal modo una comoda autorizzazione ad accantonare ogni confronto. Ancora una volta a non vivere…

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