CINEMA. Festa Internazionale di Roma 2007 - "The Dukes", di Robert Davi (Premiere)
Edificante commedia agrodolce sempre pronta a piazzare dietro l’angolo la sequenza strappalacrime straripante di buoni sentimenti, l’esordio dietro la mdp di uno dei volti di ‘cattivo’ più noti e riconoscibili del cinema americano resta lontano da piccole e riuscite indie tales di disoccupazione come Mosche da Bar di S.Buscemi o Palookaville di A.Taylor
Il tono edificante da commedia agrodolce sempre pronta a piazzare dietro l’angolo la sequenza strappalacrime straripante di buoni sentimenti che permea a fondo l’esordio dietro la macchina da presa di uno dei volti di ‘cattivo’ più noti e riconoscibili del cinema americano di genere, Robert Davi (per capirci, l’Agente Johnson di Trappola di Cristallo), è giusto smussato quel tanto che basta per non trasformare lo zucchero in melassa dai caustici duetti buttati lì come botta-e-risposta infallibili e micidiali con inappagabile e compiaciuta bravura tra Davi e Chazz Palminteri, che conferma con questa pellicola una sua piccola rinascita artistica iniziata con la superba interpretazione in Guida per riconoscere i tuoi santi di Dito Montiel. I due caratteristi di vecchia scuola interpretano gli amici George e Danny, ex-componenti di un gruppo vocale di doo wop che negli anni della loro gioventù ebbe qualche hit, alle prese coi problemi economici ed affettivi del successo che li ha abbandonati: ora sbarcano il lunario come cuochi al ristorante di Zia Vee, ma sognano un locale tutto loro dove rimettere in piedi la band, con uno spettacolo stabile, aiutati dal loro vecchio manager Lou (interpretato in maniera convincente dal regista Peter Bogdanovich). Un sacco di belle canzoni jazzate in colonna sonora (quattro-cinque brani di Paolo Conte, trattandosi di personaggi irrimediabilmente italoamericani), ma Davi non è lo Steve Buscemi di Mosche da Bar, né tantomeno l’Alan Taylor di Palookaville, giusto per restare su due altre riuscite piccole indie tales di disoccupazione (e questa vita che scorre in un’apparente nullafacenza ‘riflessiva’ tra il bar e la pesca all’alba non sarà mai come La vita a modo mio di Paul Newman nel capolavoro di Robert Benton…); e certo, nonostante alcuni arditi e lunghissimi dolly che collegano le sequenze in maniera mirabolante come se fossimo dalle parti dell’onnisciente fatalismo dei Coen che regna sui personaggi sorvolandoli, il direttore della fotografia Michael Goi non è Roger Deakins: e allora più o meno dal momento in cui i nostri eroi riescono a mettere a segno una fin troppo rocambolesca rapina notturna alla cassaforte di un dentista zeppa di capsule d’oro per i denti, si fatica a sopportare la girandola di coincidenze fortunate nella vicenda narrata che consentono a Davi di ricercare con una ostinazione quasi incredibile la commozione finale da scena ad effetto – tentativo ripetuto qualche volta di troppo, tanto che l’esibizione canora comunque notevole dello stesso Davi che chiude la pellicola si mantiene alla fine lontana dall’efficacia e dalla forza incredibile di quella strepitosa Let’s get it on live di Jack Black con cui terminava un altro piccolo film di musica, amore, e responsabilità – Alta Fedeltà di Stephen Frears.
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