CINEMA. Festa internazionale di Roma 2007 - "Lions for Lambs" di Robert Redford (Premiere)
Quello di Redford è un film sulla parola e sul disperato tentativo da parte di ogni personaggio di credersi e far credere agli altri la legittimità della propria Idea. Come se nell’America di oggi il vero desiderio inconscio di ognuno non sia tanto quello di vincere o perdere la guerra, annientare il terrorismo o convivere con esso, quanto quello di ribadire una volta per sempre di essere dalla parte giusta, convincersi e convincere gli altri con un dialettica sottilmente violenta
Robert Redford continua a credere in un cinema che in America quasi non si fa più, ovvero quello di impegno civile, fortemente democratico e serio, così vivo nell’ala progressista della New Hollywood anni ’70: quel cinema urgente, scintillante, e a volte imperfetto e datato, dei Lumet e dei Pakula, di Hal Asby, Jerry Schatzberg e Stuart Hagman. Lions for Lambs riprende questa tradizione e punta il dito sull’impegno militare degli Stati Uniti in Medio Oriente e, soprattutto, sul ruolo che la comunicazione e la coscienza del singolo stanno avendo in questi frangenti in ambito sociale, culturale e ovviamente politico. La struttura narrativa del film si divide in tre sezioni distinte che si svolgono nello stesso arco di tempo. Mentre il partito repubblicano scivola in basso nei sondaggi compiuti dagli organi di informazione e la maggior parte dell’audience americano si schiera sempre più concretamente per un immediato ritiro delle truppe in Iraq, un giovane e ambizioso senatore repubblicano Irving Jasper (un Tom Cruise perfettamente in parte), convoca nel suo ufficio Janine Roth (Meryl Streep), una esperta giornalista politica per convincerla ad appoggiare mediaticamente una massiccia campagna militare finalizzata a dare un colpo definitivo alla resistenza talebana nella zona di confine tra Afghanistan e Iran. Nel frattempo in una università della California un professore di scienze politiche (Robert Redford) riceve un talentuoso ma disilluso studente cercando di convincerlo a partecipare alle proprie lezioni e raccontandogli la storia di due suoi allievi provenienti dalle classi basse, Arian e Ernest, che spinti dall’impulso di reagire concretamente a un sistema sociale penalizzante in madrepatria, hanno deciso di arruolarsi come volontari nei marines. Sono proprio loro che, impegnati in una delle spedizioni militari imposte da Irving, rimarranno vittime di un’imboscata feroce e, forse, senza via d'uscita. Gran parte dello sbilanciamento e dell’incompiutezza del film è probabilmente dovuta proprio alla sua tripartizione narrativa, troppo didascalica e ridondante nella sua struttura in montaggio parallelo per consentire quell’incisività fruitiva ed empatica che i temi del film imporrebbero. Se però la parte bellica ambientata in Afghanistan – nonostante gli sforzi compiuti dal sempre bravo photographer Philippe Rousselot nel congelare in un grigio extraterrestre le sconosciute montagne talebane – appare pretestuosa e decisamente convenzionale, i restanti segmenti del film si rivelano preziosi e speculari nel radiografare l’ossessione per il discorso e per il convincimento altrui operato dai quattro personaggi. Lions for Lambs è un film sulla parola e sul disperato tentativo da parte di tutti i protagonisti di credersi e far credere agli altri la leggittimità della propria Idea. Come se nell’America di oggi il vero desiderio inconscio di ognuno non sia tanto quello di vincere o perdere la guerra, annientare il terrorismo o convivere con esso, quanto quello di sentirsi giusti e onesti e convincere gli altri dell’onestà e giustizia delle proprie opinioni, quello di ribadire uno volta per sempre di essere dalla parte giusta. In ciò consiste probabilmente il vero fascino sottilmente violento di questo film dalle dimensioni modeste e ingenue, proprio come quelle di un semplice trattatello studentesco a tesi. In un incessante gioco di teorie e rimbalzi verbali Redford fotografa un' America che di fronte a un futuro incerto e minaccioso non può far altro che affidarsi a una dialettica esasperata e forse tardiva, il bisogno di fermare le pallottole per dialogare per la prima volta con l’altro, interrogarsi sul proprio passato scartando il presente e lanciando un solido ponte per le giovani generazioni future. Una lezione di storia e comunicazione più che un film, ma senza ricatti né virtuosismi, con tutti i limiti di una progettualità più razionale che viscerale e la sensazione che ritmi più dilatati e distesi avrebbero giovato a una pellicola così breve, complessa e... incompiuta.
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