CINEMA. Festa Internazionale di Roma 2007 - "La Position du lion couché", di Mary Jimenez (Extra)
Un documentario, prodotto dai Dardenne, che segue 3 malati terminali dichiarando la visibilità esplicita, insopportabile della sofferenza e l’impraticabilità di una risposta definitiva di fronte al valore e alla possibilità della sua testimonianza e narrazione: si tenta di superare con uno sforzo coraggioso l’interdetto occidentale sulla morte, ma si corre anche il rischio di cadere nell’equivoco della «conquista dell’io grazie al dolore» e di riaffermare quell’ acceptable style of dying che un mondo medicalizzato impone al morente, costringendolo ad accettare ciò che è inaccettabile
Un giorno, il corpo decide di autodistruggersi, e noi dobbiamo confrontarci col mistero di ciò che siamo. Mary Jimenez vuole “vedere”, ma inizia onestamente le sue riprese sapendo bene che non può anche solo semplicemente guardare senza modificare il suo stesso sguardo.Cosa fare se il mio corpo mi abbandona? La regista avverte un’infinita distanza tra la propria sofferenza e l’agonia dei tre volti che riprende, cerca di passare attraverso la camera, per indovinare qualcosa di molto sfocato.. In apertura filma oggetti accumulati per le strade, rifiuti. Per rammentare loro che restano soggetti, dà dei nomi propri a tre sofferenze diverse e uguali: Stéphane, Laura e Anne, chiede quali sono i loro soprannomi, si sforza di dimostrare (a se stessa) che la maladie, che in francese ha un suono più dolce, ma un volto altrettanto terribile, non è un muro (immagini di cascate, enormi, minacciose…), non dimentica che sono condannati, sa che possiamo chiamarli pazienti, malati terminali, ma che in definitiva sono di fronte alla soglia estrema e indecifrabile. Indaga sulla prima volta che Stéphane bambino ha realizzato con stupore di essere cosa a sé dal suo gemello, con cui si credeva fuso; coglie il loro grido muto ed essenziale di animali spaventati: guardami, non guardarmi, filmandoli con le foto della loro infanzia, segue Anne che nella pittura vuole ricatturare la luce che ha perduto, pennellate rabbiose: la cinepresa, sincera, si sofferma sui capelli che cadono, sul volto arrossato, il quadro si trasforma in un paesaggio alberato che diventa all’improvviso un'infanzia in Africa, e scorrono le foto di un safari,di un viaggio sull'acqua, di una famiglia bionda e perduta, l’Africa di un sogno, dove si vuole fuggire per sfuggire alla certezza della fine. La Jimenez non si lascia sedurre dall’illusione dell’arteterapia, cerca di capire perché la materia fisica del colore sul quadro sia così importante, vuole cogliere la fisicità del colore gettato a grossi grumi su tele molto spesse così come la fisicità dei corpi che stanno morendo. Si dipinge il punto preciso in cui si avverte il tumore sulla foto in bianco e nero di un cranio umano. Stiamo cercando la position du lion couché, quella che nella tradizione buddista è la posizione per meditare e per morire, allungati, con una mano sotto la testa. Ma chi può conservare tanta presenza a se stesso, da esercitarsi nell’arte di morire bene? Se esiste un’arte di mettere al mondo (la levatrice) esisterà anche un’arte da nocchiero, da traghettatore? Viene il dubbio, a questo punto, se sia davvero così importante per il morente la ricerca di un acceptable style of dying, o se piuttosto non sia un’esigenza di chi gli è vicino. Per capirlo la Jimenez filma gli incontri di preparazione al parto, la respirazione: il parto viene descritto come uno stato di trance in cui non si sa bene se si dorme o si è svegli, in cui le cose diventano ombre e perdono forma: durante il parto c'è una connessione con la morte,di cui il dolore è lo specchio (immagini di un acquario, versione più pacifica delle cascate..). La luce di pianeti e stelle morte secoli prima attraversa l'universo, possiamo immaginare che le immagini dei nostri genitori, di noi stessi, continuino a risuonare attraverso lo spazio, o tutti i nostri gesti sono persi? Le nostre responsabilità secondo l’autrice sono infinite: anche le cassette utilizzate per girare questo film, la quantità di spazio che occupano, rappresentano un tempo a priori eterno; ma è difficile riflettere sul senso del tempo di fronte a chi non ha tempo. “Io voglio vedere”, ma alla fine di tanto vedere, cosa resta? Ancora cascate, fragore spaventoso, il canto del muezzin alla Mecca, sembra che un popolo di vivi per metà debba uscire dalle acque: nella natura, morte e vita ci si parano davanti contemporaneamente, dovremmo forse ricordarci di conoscerle prima di celebrarle. Quando l’autrice tenta di consolare Laura, di assicurarle che qualcuno può comprenderla, ottiene la risposta semplice del quotidiano: perfino l’autista di un autobus preme impaziente il clacson quando lei tenta di attraversare la strada, non può immaginare di essere compresa, se essere nel mondo è soltanto mantenere il ritmo dei sani. Ottiene la risposta veritiera e tenera: non ha visto il famoso tunnel della luce bianca mentre era in coma in una delle sue tante operazioni: lei si trovava invece in un film con Schwarzenegger e Madonna, e aveva il compito di salvare il mondo.. non sorride neppure raccontando questa esperienza, con lei non funziona il rimedio della pittura, è troppo remotamente infelice, tanto lontana: la regista può solo tentare di calmare la paura, di stringere una mano, di tacere intelligentemente; ma chi è così vicino alla morte non tace per intelligenza, piuttosto per rassegnazione. E’ un legittimo rifiuto della comunicazione che nella nostra società viene concepito quasi come inammissibile: il malato o morente ideale, oltre a non nominare, a rispettare l’interdetto, a non turbare l’atmosfera asettica ed efficientista dell’ospedale, deve collaborare, pur assopito, colmo di rabbia o semplicemente esausto. Al contrario di Laura, Anne, in parte, riesce a farlo: la vediamo avvicinarsi alle teorie di Elizabeth Kubler Ross, che negli anni ’70 cercava a colpi d’ascia di sgominare il tabù occidentale della morte che tende a isolare con un fremito di orrore colui che non muore bene, che urla, che protesta, che si rifiuta: la vediamo preparare il suo ingresso nell’oceano, fare la dichiarazione d’amore suprema (chi si vorrebbe accanto in quel momento), mettere da parte regali per i suoi amici e chiedere di ricordarla con i fuochi d’artificio: forse morire bene è solo questo, il contatto che perdura, le Invasioni Barbariche di Arcand non sono tanto lontane. Il documentario, onesto nel dichiarare fin dall’inizio di esplorare un regno su cui non ci sono risposte definitive, finisce: resta il tentativo, di cogliere con uno specchio, sulla spiaggia, almeno un barlume di quel mistero che il morente getta su di noi, come un invito a comprendere ciò che siamo; ma forse troppo proteso sull’idea di poter rendere accettabile il pensiero del nulla, contro cui il pensiero stesso non può che rimbalzare e disfarsi.
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