CINEMA. Festa Internazionale di Roma 2007 - "L'uomo privato", di Emidio Greco (Concorso)

Ormai aspettiamo con somma rassegnazione e anche un certo imbarazzo, le proiezioni nostrane in concorso ai festival, che sembrano giungere come un risultato sportivo scontato, senza storia. Il film di Emidio Greco, pur autore impegnato in passato nel segnare un tragitto non propriamente in linea con il panorama nazionale, oltre ad evidenziare incertezze recitative, chiusure metaforiche, è l’ennesimo “disperso” nel magma della contaminazione

l'uomo privatoSecondo film italiano in concorso alla Festa del Cinema, dopo la Giusta distanza di Carlo Mazzacurati. Ormai aspettiamo con somma rassegnazione e anche un certo imbarazzo, le proiezioni nostrane in concorso ai festival, che sembrano giungere come un risultato sportivo scontato, senza storia. Propria senza storia e quasi senza speranza il film di Emidio Greco (Ehrengard, L’invenzione di Morel, Una storia semplice, Milonga, Il Consiglio d’Egitto), pur autore impegnato in passato nel segnare un tragitto non propriamente in linea con il panorama nazionale, se si considera anche i suoi non facili rapporti con le case di distribuzione. Nonostante l’ossessivo e accentuato calligrafismo che ha sempre contraddistinto la sua opera, Greco è stato comunque capace di trovare una mirabile compostezza e “gelidità” di messa in scena, che stavolta però è macchiata dal desiderio spasmodico di chiudersi nella metafora e nel non detto esasperato. Per non parlare delle evidenti pecche recitative di alcuni suoi attori, ma anche questa potremmo dire è stata spesso una prerogativa stilistica del regista, che predilige evidentemente una difficile ricercatezza espressiva ed astrattezza disturbante. Il protagonista del film è un professore universitario di diritto (interpretato dall’attore teatrale Tommaso Ragno), un quarantenne affascinante, intelligente, ironico, socialmente e professionalmente rispettato e molto affermato. Corteggiato da donne di ogni età, è un personaggio chiuso in sé, rinserrato nelle sue condizioni di privilegio, vissute e usate come uno schermo difensivo e frapposto tra sé e la realtà, verso la quale pare avere un atteggiamento di totale e aristocratico rifiuto. Vive al riparo nella torre d’avorio che si è costruita e sembra che nulla potrà mai violarne le difese. Ma il destino s’incarica di incrinare il perfetto sistema di regole messo a salvaguardia della sua vita: nelle tasche di un giovane sucida, che si scopre essere suo studente, la polizia trova un foglio di carta con il nome e il telefono del professore. Il giovane era il compagno di una delle tante amanti del professore e ossessionato dalla presenza ingombrante di quest’ultimo, comincia a pedinarlo, a riprenderlo, catalogando ogni istante su un cd prontamente recapitato all’università. Il film vira verso il giallo e questo solo in parte potrebbe spiegare l’intenzione del regista di non insistere sul mostrare e spiegare troppo fino in fondo. Cinema già metabolizzato (come tutta la storia personale del protagonista, agognata e mai accennata) che punta, dopo collaudati meccanismi narrativi, su elementi del racconto caratteristici dell’indagine intimista e del richiamo minimalista. È probabilmente proprio su questa strada che il film si sgonfia e lascia interdetti. Quindi, più dei possibili limiti recitativi, alla portata metaforica, allo stile eccessivamente ermetico, resta comunque difficile convincersi visivamente che si tratti anche di un giallo, o quantomeno di cinema percorso da atmosfere ambigue e destabilizzanti. Di ambiguo resta il magma in cui parte del cinema nostrano si perde, provando a contaminare e sporcare. Come se fosse solo un problema di coraggio.

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