Cinema. Festa internazionale di Roma 2007 - Terrence Malick e il cinema italiano
Quasi un “viaggio nel cinema italiano” quello intrapreso da Terrence Malick per l’incontro evento alla Festa del Cinema di Roma. Il colpaccio riuscito alla coppia Monda-Sesti, portare in Italia un autore di culto noto anche per la refrattarietà a mostrarsi in pubblico, è però riuscito a metà...
Quasi un “viaggio nel cinema italiano” quello intrapreso da Terrence Malick per l’incontro evento alla Festa del Cinema di Roma. Il colpaccio riuscito alla coppia Monda-Sesti, portare in Italia un autore di culto noto anche per la refrattarietà a mostrarsi in pubblico, è però riuscito a metà.
Nonostante la sua evidente timidezza, che costringe il pubblico a rimanere in silenzio, in semioscurità, spettatore passivo di una ipotetica conversazione da salotto – e con il divieto assoluto di filmare o fotografare il regista – Malick si presta alla scelta di sequenze che spiegano il suo amore per il cinema italiano, per figure incredibilmente lontane dai suoi personaggi, eppure importanti nella sua formazione. La sua proverbiale riservatezza si fa invece sentire quando si arriva a parlare dei suoi film, lasciando senza una vera risposta alcune domande molto ispirate poste dai due intervistatori e sentite da chiunque conosca e ami il cinema dell’autore americano. Forse, come accade per tutti gli eventi troppo attesi, anche quest’ incontro non poteva non deludere in parte, ma la sensazione che prevale al termine della conversazione è che il cinema di Malick e la sua figura resteranno sempre impenetrabili da un punto di vista razionale, che le sue immagini non vanno spiegate ma soltanto vissute.
La prima sequenza è tratta da Totò a colori, col suo balletto da marionetta, mentre la seconda da I soliti ignoti, con la celeberrima “lezione” sull’apertura di una cassaforte. Ci può spiegare questo suo amore per Totò?

Totò è stato per me una scoperta felice. E’ stato incredibile sapere che c’era qualcuno in grado di riprendere la tradizione dei grandi comici come Chaplin e Buster Keaton, capaci di far ridere ma allo stesso tempo di infondere un’incredibile malinconia. Il volto di Totò mi ricorda molto Buster Keaton, la faccia scavata, un’aria triste da cui sembrava far capolino la morte ma in grado di trasmettere un’assoluta gioia.
Non capisco perché la critica non si sia subito resa conto della grandezza di questi personaggi: Buster Keaton, dopo un periodo di grande notorietà, è stato pressoché ignorato, Totò, invece, sempre considerato un attore di serie B ma mi fa molto piacere che ora anche la critica l’abbia riscoperto e rivalutato. Io sono diventato amico di quello che considero il suo erede principale: Roberto Benigni. In lui rivedo la stessa mimica, la stessa capacità di essere maschera comica e al contempo tragica, di esprimersi con le parole ma soprattutto con la fisicità.
Le due sequenze successive appartengono invece a Sedotta e abbandonata di Pietro Germi e a Lo sceicco bianco di Fellini. Ancora una scelta che vira verso la commedia, pure così lontana dal suo cinema e dalle sue storie. Cosa ammira in queste pellicole del cinema italiano anni 50?
Ammiro queste opere in quanto tali, per i loro meccanismi di genere, ma soprattutto per il tipo di comicità contagiosa e gioiosa che contengono. E’ come se guardando questi film si potesse tornare all’infanzia, come se regalassero allo spettatore un calore familiare perduto. E’ essenzialmente questo che ammiro in quel cinema: il suscitare, non il riso sguaiato, ma una sensazione di felicità, di umanità. Ecco sì, c’è un umorismo vicino alla vita, un’ironia difficile da immaginare oggi. Del film di Germi amo questo suo saper raccontare la famiglia, l’onore; oggi, che questi valori si stanno perdendo, sarebbe forse impensabile riuscire a trasformare un soggetto del genere in commedia o tragedia.
Di Lo sceicco bianco ha scelto la sequenza dell’apparizione di questo personaggio. Come mai proprio questa scena? Dipende in parte anche dalla presenza della natura che riveste un ruolo di primo piano nelle sue opere?
Era difficile per me isolare una sola sequenza del film, credo che questa sia la più famosa. C’è una giovane provinciale che sogna un mondo più bello e più grande. Tutto è filtrato dal suo sguardo ingenuo, anche l’apparizione di questo personaggio, che noi sappiamo essere un poco di buono, ma che in quel momento non possiamo fare a meno di amare e ammirare, come fa la ragazza. Non avevo pensato alla natura, ma è possibile che inconsciamente sia stato attratto anche da questo elemento. Certo è che gli uccellini, l’atmosfera bucolica sembrano confermare l’idillio che noi e la protagonista viviamo nei confronti dello Sceicco Bianco. C’è poi la presenza di Sordi, un altro attore straordinario, capace di travolgerti. Anche lui andrebbe inserito tra quei grandi attori di cui parlavamo.
L’ultima sequenza di cinema italiano che ha scelto è tratta da Il posto di Ermanno Olmi. Cosa l’ha toccata di quest’opera? Cosa ha avvicinato lei, cresciuto tra gli spazi di Texas e Illinois, a questa parabola ambientata nella Milano dei primi anni 60?
Oltre ai meriti propri della pellicola, ha fatto riaffiorare in me quelle sensazioni che provi quando sei giovane, quando il mondo sembra rimpicciolirsi intorno a te e soffocare le tue ambizioni, i tuoi sogni. C’è però, accanto alla drammaticità di questa situazione, una fiammella, una speranza che è offerta dal candore del protagonista, che non si perde mai durante gli eventi narrati. E poi amo questa compenetrazione di dramma e commedia, di riso e malinconia, evidente durante la sequenza della festa aziendale.
Veniamo ora al suo cinema. Sappiamo che non ama parlare delle sue opere ma ci ha concesso di esaminare con lei un paio di momenti che ci paiono fondamentali. La prima scena è di La rabbia giovane, il momento in cui Kit (Martin Sheen) uccide il padre di Holly (Sissy Spacek). Ci sono spesso nei suoi film dei momenti di violenza ma ciò che colpisce è il modo in cui li filma, come se lei per primo ne fosse sorpreso e sconcertato. Cosa si ricorda di questa scena?
Ricordo che era molto simile alla sceneggiatura. Eravamo all’inizio delle riprese e non volevamo discostarci troppo dal copione, che comunque io in generale rispetto, anche se non sempre. Ricordo che le difficoltà maggiori vennero dallo girare in interni, in uno spazio piuttosto limitato che rendeva difficili fluidi movimenti di macchina. Ma la cosa più difficile è stata riuscire a focalizzare bene il riflesso del padre di lei nello specchio, dato che la ripresa era in campo lungo.
Ma non ho più rivisto Badlands dopo averlo girato. Non ricordo neanche bene i personaggi, ricordo piuttosto gli attori, che hanno contribuito molto alla riuscita del film. Martin Sheen, con la sua “amoralità”, Sissy con il candore e l’ingenuità che ha conferito al personaggio senza per questo farlo apparire provinciale. Entrambi furono scelti per caso, Martin fu notato dall’addetta al casting un giorno che passò davanti al suo ufficio; Sissy doveva accompagnare un’amica al provino. Ricordo che parlammo, lei aveva una chitarra con sé, mi raccontò che era texana, conosceva i luoghi in cui era ambientato il film e io decisi in quel momento che era giusta per la parte.
Veniamo ora all’ultima sequenza, tratta dal suo ultimo film, The New World. L’elemento sonoro nei suoi film è sempre fonte di grande interesse. Una delle cifre stilistiche del suo cinema è quella voice over che sembra affiorare dalla coscienza più profonda e innestarsi su un mondo esteriore di inesplicabile bellezza. Quanto al commento musicale vero e proprio, qui sceglie la musica di Mozart per l’incontro tra gli inglesi e i nativi. Come mai?
Abbiamo sostituito una musica preesistente creata per il film con il brano di Mozart per la sensazione di innocenza e verità che trasmette. Quel momento era molto importante per noi, volevamo mostrare che cos’era allora l’America, suggerire attraverso la musica quello che ci era stato dato e per ottenere un risultato così ambizioso avevamo bisogno di una musica che fosse all’altezza del concetto che intendevamo esprimere.
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