CINEMA. Festa Internazionale di Roma 2007 - Per partito preso
Che ci fa uno come Malick qui, uno dal pensiero che fa girare la testa per verificare quanta “terra promessa” manca ancora da conquistare e quanta luce ancora manca per non pensare al cinema come “cosa del passato”. Malick resta il bruto del cinema che la festa vuole più che addomesticare, farselo amico, partecipe di una sola famiglia. L’impero è ancora un banchetto ma si appresta a diventare l’ultima cena…
Siamo alle solite. Ancora una volta a discutere di questa festa. Di solito si parla male se non si è invitati alle feste. Stavolta però va spiegato che se si ritorna spesso sull’argomento in forma critica è perché probabilmente questa giovane festa potrebbe rappresentare qualcosa di più di quello che sembra: il nuovo che avanza per il cinema che (si) fa politica. Se per la maggior parte di noi che scrive di cinema, importante purtroppo è troppo spesso essere apprezzati e riconosciuti per come scriviamo e non per cosa scriviamo (è qualcosa di più sottile della caduta nel solito esercizio di stile), qui la festa invece pare invertire la tendenza: potremmo anche dire, a tal proposito, che è pratica assai comune in Italia, non solo al cinema. Non è importante chiedersi se la nuova formula di evento, che mette praticamente sullo stesso piano critica e pubblico, sia riuscita o valida, ma sembra fondamentale domandarsi invece se tutto questo fosse necessario e utile per qualcosa o qualcuno. La Festa di Roma, non è affatto così triste, nonostante il cartellone sia carico di film non eccelsi e soprattutto proveniente da altri festival (vedi soprattutto Toronto); la Festa di Roma deve crescere, migliorare, ma siamo solo alla seconda edizione (già molti pronosticano sul numero massimo che la città riuscirà a sopportare); la Festa di Roma riceve comunque un bel malloppo (non inferiore a quello di Venezia o Cannes) e questo convince di essere buoni tutti a organizzare. Allora quando ti ritrovi Terrence Malick alla stessa Festa, che chiede esplicitamente nel regno dell’immagine “pre-post-grande-schermo”, di non essere fotografato e ripreso, di non voler ricevere domande dal pubblico, ma solo dai moderatori dell’incontro, ti accorgi del partito preso. Che ci fa uno come Malick qui, uno dal pensiero che fa girare la testa per verificare quanta “terra promessa” manca ancora da conquistare e quanta luce ancora manca per non pensare al cinema come “cosa del passato”. La fatica è alzarsi quando la luce artificiale del vecchio luogo/cinema sovrasta quella naturale del nuovo mondo/cinema, quando il prossimo sbarco da sogni potrebbe essere lontano molte lune che scolpiscono le notti per estrarre la forma pura dalla massa di marmo/Piano, il lato oscuro e carnale dell’immagine: la stessa faccia intelligibile del vero che va contemplata con l’occhio dell’interno. Malick resta il bruto del cinema che la festa vuole più che addomesticare, farselo amico, partecipe di una sola famiglia: lui però, ci scaraventa nella natura malefica dell’immagine, parla di Totò e Benigni e poco del suo cinema, si interpone tra il modello ideale e la sua emanazione visiva. La sua presenza, oltre il cinema, “insiste” a resistere più che “consistere” a resistere pur non parlando mai per il suo tempo e per nient’altro: addosso, sempre più intrisi d’immemorabile timore. Malick tiene aperta la lontananza, difendendo la profondità, che Roma vorrebbe domare. La lontananza è un mondo però sempre “Nuovo”, uno spazio in movimento che appare vicino ma si perde nella mente. L’impero è quindi ancora un banchetto ma si appresta a diventare l’ultima cena…
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