CINEMA. Festa Internazionale di Roma 2007 - "No smoking", di Anurag Kashyap
Cinema modaiolo e griffato quello di Anurag Kashyap, appesantito da una lunghezza atroce e da una colonna sonora troppo invasiva. Ma soprattutto un cinema che nasconde, dietro ad una caotica sceneggiatura e al corpo plastificato e sempre presente del protagonista, un vuoto espressivo mascherato da stile.
Cinema modaiolo e griffato quello di Anurag Kashyap, desideroso di mostrare l’India più consumistica e glamour, copia con qualche sfumatura esotica della nostra società. E allora quale problema (ed è uno dei più paradossali del consumismo moderno) poteva affliggere il protagonista della storia se non quello della dipendenza dalla nicotina?
K (John Abraham) ha una sigaretta perennemente incollata al labbro. Il suo atteggiamento e il suo aspetto sono preoccupanti, perché terribilmente simili a quelli di molti parassiti palestrati dei palinsesti nostrani. John Abraham è un corpo da pubblicità, che non perde occasione di mostrare i propri addominali scolpiti o il fascino del suo sguardo quando non è nascosto da un paio di occhiali. Ma è pur sempre il protagonista di una storia, con degli obblighi recitativi e narrativi che lo dovrebbero inserire all’interno del tessuto filmico e invece ogni volta finisce per appiattirsi nella sua stessa immagine, icona di un cinema plastificato, composto da fotogrammi che sembrano usciti fuori da un servizio di moda.
La storia si evolve. K viene coinvolto da un amico nel tentativo di smettere di fumare. E allora si rivolge ad una società che si occupa proprio di questo. Purtroppo le modalità da seguire per perdere il vizio non sono molto ortodosse e K lo imparerà a proprie spese. Da questo momento in poi il film diventa una specie di delirio onirico sulla falsa riga di Apri gli occhi di Amenàbar, ma le scelte narrative sembrano più semplicemente dettate da una sceneggiature caotica che dalla voglia di costruire una storia stratificata e ambigua. Il continuo passare da presunti stati di veglia ad angosciose atmosfere claustrofobiche ed infernali elimina anche qualsiasi pretesto di ricerca di una causalità narrativa, imponendo un modo di fare cinema narcisistico e glamour, lontano da qualsiasi logica, che all’immagine concede al massimo la possibilità di essere superficie di vuoto intrattenimento e negandole qualsiasi fuga visionaria o capacità espressiva.
L’eccessiva lunghezza della pellicola contribuisce poi a rendere soporifera quanto basta la visione e le continue aperture musicali (tipiche di tanto cinema di Bollywood) appesantiscono ancora di più un ritmo che perde colpi ad ogni momento, ingolfandosi e poi cercando disperatamente di ripartire ma continuando sempre e comunque a fare fumo, tanto fumo, come quello delle centinaia di sigarette accese dal protagonista.
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