CINEMA. Festa Internazionale di Roma 2007 - "Things We Lost In The Fire (Oltre il fuoco)", di Susanne Bier (Premiere)
Susanne Bier sembra ormai autrice quasi completamente sdoganata dal cinema “Dogma”. C’è ancora probabilmente da levigare, soprattutto quella insistenza, spesso estetizzante di ricercare l’inquadratura serrata sui dettagli del corpo, ma il presente è scorporato almeno dalla tendenza di stratificare quasi esclusivamente con improvvisi e fastidiosi colpi di scena e rivelazioni e da una forza d’impatto travolgente anche se ancora di fugace compattezza
Susanne Bier, già presente l’anno scorso a Roma, sembra ormai autrice quasi completamente sdoganata dal cinema “Dogma” danese, da cui sicuramente ha tratto ispirazione ai suoi esordi (Open Hearts, Non desiderare la donna d’altri, Dopo il matrimonio). Ancora una volta il dramma e il melodramma si spinge dalle dinamiche più strettamente di coppia a quelle più ampiamente familiari. Il premio Oscar Halle Berry e Benicio Del Toro sono i protagonisti della storia e del destino che improvvisamente li fa ritrovare. Halle Berry vive una vita fantastica con due bambini e un marito che ama, in una splendida casa alla periferia di Seattle. Per un tragico evento il marito viene ucciso in strada, provando a difendere una donna picchiata selvaggiamente dal suo uomo. Al funerale, all’ultimo momento, viene invitato anche il miglior amico del marito, un tossicodipendente senza speranza. Da quel giorno nasce un particolare legame tra la moglie vedova e l’amico, ex avvocato, che sembra non avere più la forza di andare avanti. In due proveranno a risollevarsi e a disintossicarsi, senza prima attraversare il baratro della disperazione. Opera totalmente americana, con alle spalle nomi risonanti: il produttore è Sam Mendes (regista di American Beauty e Era mio padre) e Sam Mercer, il direttore della fotografia Tom Stern (quello di Clint Eastwood). Cinema sempre alimentato dalle ripercussioni di eventi inaspettati. Vira pericolosamente, in certi momenti, verso il cinema di Iñarritu o Mereilles, per la sua propensioni abbastanza spiccata all’uso della macchina a mano, alla fotografia più grezza e soprattutto all’esposizione del dolore che rischia di non trovare mai il fondo e la carnalità delle immagini, e quindi rendere ancora più umana la risalita. La capacità d’impatto che la regista riesce a esprimere è però superiore ai due registi citati, anche se la stessa capacità sembra avere ancora la fugace compattezza di un attimo. Cresce sempre più il suo cinema, non c’è dubbio, pulsante e convincente per il lavoro sugli attori, ancora una volta devastanti. C’è ancora probabilmente da levigare, soprattutto quella insistenza, spesso gratuita di ricercare l’inquadratura serratissima sui dettagli del corpo, non sempre facilmente giustificabile e pericolosamente estetizzante. Ma tali “cadute”, si potrebbero attribuire più al suo passato remoto, quello “dogmatico”, che al presente, scorporato almeno dalla tendenza di stratificare quasi esclusivamente attraverso improvvisi e fastidiosi colpi di scena e rivelazioni.
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