CINEMA. Festa Internazionale di Roma 2007 - "Foreldrar (Parents) ", di Ragnar Bragason (Extra)
Prodotto e scritto dallo stesso regista Bragason, Foreldrar (Parents) descrive con la giusta crudeltà le feroci relazioni tra adulti nel ruolo di genitori. Con un efficace bianco e nero, contrastato e nitido, le immagini risultano spesso debordanti, dando la sensazione di rappresentare una società civile in lotta con le regole della buona convivenza, molto prima di esplodere.
Ragnar Bragason ha diretto nel 2006 Bôrn (Children) del quale era pure produttore e sceneggiatore. Anche per Foreldrar – Parents è produttore ed autore dello script. Ci troviamo quindi di fronte ad una sorta di progetto/dittico che andrebbe considerato come opera unica. La "prima parte", infatti, analizzava l'universo dell'infanzia, mentre quest'ultima si concentra sugli umori più neri e taciuti degli adulti, con la decisa contrapposizione, per quanto riguarda il ruolo genitoriale, tra maschi e femmine. Bragason utilizza un bianco e nero molto contrastato e inquadrature con obiettivi grandangolari che sono la cifra stilistica più evidente. Però, più che un semplice effetto estetico, ne deriva un senso fortissimo di claustrofobia della casa, territorio urbano e non che finisce per avvolgere i corpi, o intrappolarli, uno spazio labirinto in cui muoversi segretamente per far fronte alle ineludibili esigenze di ogni giorno. Sono straordinarie le sequenze in cui una delle protagoniste per difendersi dalla invadenza della nonna (che poi è ancora una madre) nei confronti del figlio si nasconde nelle stanze, perfino durante una festa familiare, oppure tenta di strappare il figlio trascinandolo sull'automobile, salvo poi abbandonarlo in mezzo a una strada, là dove dimostra tutti i problemi di coscienza e responsabilità delle relazioni tra genitori e figli. Sono tantissime le contraddizioni laceranti, i desideri incerti, le paure terrificanti, le ansie che s'accumulano nel film, spesso in modo strisciante, ma che alla fine bruciano un po' alla gola. Dalla prepotente necessità di avere un figlio a quella di riconquistarlo, oppure alla sensibilità mancante del genitore che proprio non riesce a costruire un rapporto autentico con la prole, semplicemente perché l'ha rimossa fin dalla nascita. Dall'altra parte i dissidi di coppia sono perfettamente funzionali. Parents ha una scrittura pressoché esemplare, soprattutto laddove fa affiorare la crisi che può mutarsi in collera e perfino tumultuosa violenza. Anche episodi apparentemente banali, come la bici che alcuni ragazzini lasciano in mezzo alla carreggiata di traverso per pura provocazione, sono illuminanti laddove si respira la continua lotta dell'uomo civile per dominarsi, per rimanere sempre al di qua delle regole della comune convivenza, sempre calmo con la speranza di non lasciarsi trascinare dall'euforia, dalla rabbia devastante del "cattivo" selvaggio. Parents in questo senso costituisce un affresco vivido delle relazioni in una determinata società come quella del Nord Europa (in particolare l'Islanda). Per Bragason sono stati tirati in ballo John Cassavetes e Mike Leigh. Noi pensiamo che sia più vicino a Lars Von Trier, seppure la messa in scena non presenti quel livello di scarnificazione radicale tipico del cineasta danese. Di Cassavetes e Leigh si sente l'affetto per i personaggi, ripresi nel loro dolore sordo spesso inesprimibile, nelle tensioni sottopelle che diventano azione umana, e nei prolungati dialoghi che si traducono in corpo a corpo tra i personaggi. Del tutto simile a Von Trier è invece il senso di crudeltà che è poi la vera dimensione filosofica del film; il modo di guardare le cose è una particolare visione del mondo.
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