CINEMA. Festa internazionale di Roma 2007 - "Manda Bala - Send a Bullet" di Jason Kohn (Extra)
Il Brasile è un paese che sta crescendo economicamente, eppure è devastato da criminalità, malapolitica, corruzione e violenza. Nel documentario Manda Bala (Send a Bullet) Jason Kohn testimonia una situazione drammatica, senza enfasi spettacolare, dalla parte dei poveri che subiscono ogni giorno le angherie del potere. Preciso ed accorato, già vincitore al Sundance, convince per il suo approccio anti-retorico.
Pluripremiato al Sundance, Manda Bala (Send a Bullet) è un documentario che fa di Jason Kohn un credibile emulo di Michael Moore. Non tanto per la forma, quanto per l'accorata ricerca su cui si basa il suo studio su un Brasile, oggi, divorato da crimine, corruzione e rapimenti. L'attacco è durissimo: al centro del mirino un progetto di investimenti destinato a fare le fortune dell'Amazzonia e in realtà pensato per arricchire i suoi artefici, tra cui un potente senatore locale, due volte inquisito e tutt’ora inattaccabile. Kohn sceglie un approccio laterale, rinunciando ad ogni aspetto creativo che non sia la regia e la supervisione delle interviste. In questo modo garantisce oggettività e poco clamore scandalistico: il rigore scientifico della sua opera ne beneficia, mai intaccato dagli strilli della polemica. Eppure il messaggio, forte, è ben evidente. In una società come quella attualmente configurata in Brasile, la realtà politica e criminale prevale sulla povertà collettiva. La scelta di far parlare in prima persona i protagonisti di questa battaglia contro lo sfruttamento delle risorse a fini di lucro personale è ecomiabile. Funziona, ugualmente, l’idea di non sottotitolare gran parte degli interventi, ma di affiancare agli oratori brasiliani un interprete che narra, in inglese, senza troppa enfasi, come la situazione sia degenerata.
Poca retorica – qualche immagine di calciatori che giocano su un campetto spellacchiato –, tanta sostanza. Nelle parole di una ragazza rapita e costretta per settimane a vivere in una scatola minuscola, c’è il dramma dell’insicurezza generalizzata, dove chi ha i soldi si fa corazzare la macchina contro le incursioni e va a imparare, in apposite scuole, come sfuggire ad un’aggressione organizzata. Alle apparizioni,
doverose, di esponenti delle forze dell’ordine e delle autorità giudiziarie, Kohn alterna le testimonianze di un fattore che dall’allevamento di rane, uno dei paraventi per rubare da parte dei politici coinvolti nel progetto Sudam, trae sostentamento e piacere personale; di un poliziotto semplice che mostra le ferite da arma da fuoco subite durante uno scontro; di un chirurgo plastico che ha inventato un metodo geniale per ricostruire le orecchie di chi è rapito e mutilato. Buon ultimo, documento sconvolgente, è il confronto tra un rapinatore di strada, coinvolto nei sequestri di persona, e, per ellissi e metafora, il principale esponente della politica sotto accusa, il poco onorevole Jader Barbalho. E subito, scrutando entrambi gli sguardi, ugualmente determinati, si capisce che la giustizia, stavolta, non trionfa.
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