CINEMA. Festa Internazionale di Roma 2007 - "Juno" di Jason Reitman (Concorso)
Juno è senza dubbio uno dei migliori di film di Roma 2007, apologia di un mondo allo sbando e in preda alle convulsioni eppure così dannatamente vivo da uscir fuori dallo schermo e da piazzarsi in sala, proprio accanto a te. Una commedia nera intelligentemente messa in un Concorso romano altresì assai mediocre e tedioso…
Diciamolo subito: Juno non è un capolavoro ma quantomeno è la dimostrazione evidente di come il cinema statunitense sia in uno di quei periodi di splendore che attraversa ciclicamente. Inutile nascondere il fatto che, almeno nelle ultime due o tre stagioni cinematografiche, a qualunque festival si assista la pattuglia a stelle e strisce è quella che riscuote i maggiori successi, sia di critica che di pubblico. Così come è assai chiaro e palese ai più che la pattuglia italiana -fortunatamente non numericamente massiccia come quella americana (se non totalmente assente, vedi il Concorso di Cannes 2007)- detenga il sempre poco onorevole piazzamento di ultima della classe.
Juno, in effetti, rappresenta tutto quello che il cinema italiano non è e l’elenco potrebbe portarci via ore. Ma saremo pietosi, e lo risparmieremo. Diremo solo che il film dell’erede di Blockbusters (Jason Reitman è, infatti, il figlio di Ivan, l’autore della saga sugli acchiappafantasmi…) è uno di quei piccoli gioiellini indie che il nostro cinema, molto probabilmente, non ha mai prodotto. Il cinema indipendente ha ragione di esistere in “contrapposizione” a un cinema ufficiale, nel caso statunitense è quello hollywoodiano, e in quello italiano, dunque, dovrebbe contrapporsi al nulla dell’industria cinematografica italiana. Ciò che in Juno è più distante dal mediocre cinema italiano è senza dubbio la scrittura. Se da noi, a parte qualche rarissima eccezione, gli sceneggiatori sono sempre meno capaci di scrivere storie al passo con i tempi, al contrario nel cinema statunitense di bravi sceneggiatori c’è n’è un numero sempre crescente. Prendete ad esempio la sceneggiatrice di Juno Diablo Cody, classe 1978, che è stata scelta dai produttori leggendo il blog che pubblicava su internet e capirete quant’è siderale la distanza che ci separa da quella scrittura cinematografica. Una scrittura graffiante, cinica, modernissima nella sua visionarietà, dialogata alla perfezione che mette in scena una delle tare del cinema contemporaneo, ovvero la famiglia, vista però nella sua accezione di elemento disgregante, fonte di problemi e patologie, non più rifugio o porto sicuro ma un’autentica prigione dalla quale evadere per non impazzire. Od annoiarsi.
Come la giovane protagonista, Juno appunto –interpretata da Ellen Page, una straripante canadese di vent’anni, con più di venti ruoli all’attivo ed un futuro da star già scritto- che, proprio per la noiosa vita di tutti i giorni in quella provincia americana sempre più al centro di parabole aspre e difficili, decide di scopare col vicino un po’nerd che passa la vita a mangiare Tic Tac all’arancia. Il frutto dell’amplesso sarà un bambino che gonfierà il ventre della giovane: a questo punto la pellicola prosegue abilmente sui binari della favola nera, di quelle di cui conosci esattamente il finale ma che ti diverti a vedere per quali tortuose disavventure ci si può giungere. Juno è semplicemente questo: come lo era il delizioso Little Miss Sunshine, come il misconosciuto Il calamaro e la balena, come l’opera precedente del giovane Jason Reitman, quell’inno all’anarchia che è Thank You For Smoking. Un inno a questa vita caotica, derelitta, bastarda, ma che è pur sempre vita…
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