CINEMA. Festa internazionale di Roma 2007 - "Pop Skull" di Adam Wingard (Extra)

Azzardo sperimentale, Pop Skull di Adam Wingard va molto oltre la cornice del genere e si tuffa nella pop-art psichedelica e lisergica. Il 24enne regista dall’Alabama spiazza tutti con un incubo incessante che, a partire dall’intro epilettico, pare una costola sottocosto di David Lynch e ugualmente lascia senza fiato. Nel bene e nel male.

Pop SkullPop Skull è un delirio onirico di grande impatto. E’ un low budget che a partire dal montaggio schizofrenico disegna un (sotto)mondo oscuro e terrificante. E’ un horror, formalmente, ma è soprattutto una deriva sensoriale che prende come scusa la storia di abbandono del protagonista Daniel, e proietta il pubblico in un’altra dimensione, cupa e tetra, fatta della stessa materia dei brutti sogni di Sogo Ishii o Shin’ya Tsukamoto; ma anche della bizzarra arte letteraria di Denis Johnson, citato dal regista come fonte di ispirazione. Quattro attori, due location, eppure non si vede che ci sono voluti solo 3000 dollari per portare a termine l’opera. Merito della fotografia sgranata, della regia a mano, traballante ma mai incerta, e di una una colonna sonora rarefatta e asfissiante, che quando attacca con i bassi ossessivi sfianca. Wingard è il burattinaio: firma la sceneggiatura con Lane Hughes e E. L. Katz e si diverte un mondo a giocare con l’interpolazione delle immagini, rimontate vorticosamente. Lo status di cult è assicurato da un coté macabro che ben si sposa ad un’autorialità che permea ogni singolo fotogramma, insanguinandone e sporcandone l’aspetto. E’ un piccolo film sudicio, morboso, viscerale e carnale, dove le fissazioni di un tossico perennemente impasticcato prendono vita e diventano irreali un istante dopo, dove gli omicidi forse avvengono o forse no, dove la follia è così lucida che fa paura. In questo modo la trasfigurazione da potenziale cortometraggio – il trattamento non prevede infatti una storia troppo articolata – si colora, elettricamente, di tinte forti. Surreale, metafisico o vuoto e inconcludente, a seconda dei punti di vista, è un esempio di coraggio nell’approccio alla settima arte, tecnicamente molto maturo e sufficientemente spigliato per non sfigurare ad un festival importante come la Festa del Cinema romana.

 

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