1945, di Ferenc Torok

Ungheria, 1945. Un anno incastrato tra la sciagura e la rigenerazione, che prova a condurre i superstiti verso la nuova era, ma che zavorra non solo i responsabili dei crimini maggiori ma anche chi ha voluto arrangiarsi approfittando delle vittime predilette. A poche ore dal matrimonio del figlio del notaio con una contadina, la riacquistata quiete del villaggio viene smossa dall’arrivo di due ebrei ortodossi. Chiunque è persuaso che la coppia giunga a reclamare qualcosa, una casa, pezzi d’arredamento, beni personali-privati che il notaio ha sottratto deliberatamente dopo le deportazioni a favore di suoi protetti. Ma chi ha la coscienza pulita, pensa alle prossime nozze dei due giovani, i quali, ingenuamente, sottolineano la ventata di cambiamento che la fine della guerra sta soffiando.

Il terreno di gioco di 1945 somiglia a un insieme di cerchi concentrici: i due ebrei che per volontà loro camminano sul perimetro del villaggio, dettando le regole di una stasi ancora in vigore, le pattuglie sovietiche che dalle estremità circolano verso l’epicentro, e quest’ultimo, spaccato quasi, come dicevamo, tra i tentativi di movimento, redenzione o autoredenzione, ascolto della propria volontà, e il bisogno di mantenere lo status quo. A questo sovrintende il notaio, padre del futuro sposo e padre metaforico di un nuovo inizio, eppure il suo dipinto somiglia più ad un Satana appena sbarcato in città, sigaro fiammante, lingua tagliente e modi da “contadino”, come tiene a definire la prossima nuora. Avvolto nella propria nebbia, una miopia che gli ostacola non tanto la previsione quanto il mutamento già in atto, come gli farà notare Jancsi, è però motore e freno della transizione che 1945 racconta. Quella nebbia, dipanata dalla prima scena dell’arrivo della locomotiva, assume ora l’opacità stanca, rinsecchita di chi ha patito la guerra per i crimini dei propri cari, la moglie del notaio, ora la sfocatura degli spazi, i vuoti apparenti che vivono fra i corpi degli abitanti, “colorati” da un bianco e nero che mette a nudo gli effetti di una devastazione, la paura, il terrore, l’ingordigia, il semplice e umile desiderio di seguire i propri sentimenti o prendersi cura degli scomparsi.

Presentato nella sezione Panorama alla 67esima Berlinale, e vincitore di moltissimi Festival ebraici, 1945 si distanzia ma non sorvola sui massacri e le atrocità dei campi. Esiste una sensibilità disarmante quando lo/gli oggetto/i, dapprima solo defraudati, diventano l’unica rappresentazione della vita. La materia non vivente, che fin da tempi remoti caratterizza estrazione sociale, tratti della personalità, ma anche passioni, amori, tragitta e accompagna la disgregazione che la Shoah ha generato: montagne di pulviscolo inafferrabile che molti sopravvissuti hanno accettato come resti dei propri defunti. Il gesto forse troppo umano dei due ebrei, troppo materno, quasi due reincarnazioni di Antigone, spiazza e piega la mondanità degli abitanti, attoniti che dopo quell’inferno l’umanità significhi più del possesso, che non ci sia alcuna transizione da siglare. Ma forse è proprio la sepoltura a concedere il permesso a proseguire.

Titolo originale: id.
Regia: Ferenc Torok
Interpreti: Péter Rudolf, Eszter Nagy-Kalozy, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel, Dóra Sztarenki, Ági Szirtes, Jozsef Szarvas
Distribuzione: Mariposa Cinematografica e barz and hippo
Durata: 91′
Origine: Ungheria, 2017

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