1945. SentieriSelvaggi intervista Ferenc Török

Abbiamo incontrato a Roma Ferenc Török, il regista di 1945, film presentato nella sezione Panorama della 67esima Berlinale e presente in sala in Italia dallo scorso 3 maggio.

Il film è tratto dal racconto Homecoming, di Gàbor T. Szàntò, co-autore insieme a lei della sceneggiatura. Com’è nata la vostra collaborazione?

F.T. Il racconto venne pubblicato nel 2004 e io e Szàntò siamo amici e vicini di lunga data. Gli telefonai per congratularmi e gli dissi che avremmo dovuto farne un film. Era così evocativo, contemporaneo e con un punto di vista assolutamente originale per il periodo storico che racconta. Non è stato per niente facile, ci sono voluti dieci-dodici anni per completare lo script e ottenere i finanziamenti. Ma trattandosi di un argomento spinoso, il tempo è servito per bilanciare, per trovare le soluzioni migliori. Abbiamo apportato diverse modifiche ai personaggi originali. All’inizio ci siamo concentrati sui due ebrei, sul comportamento dei sopravvissuti, per poi passare alla nuove generazioni, ai giovani che stanno per sposarsi e alla fine sui personaggi negativi: il notaio, la polizia. L’attore che interpreta il notaio è una star in Ungheria, ma è stata una scelta interessante perché lui è un comico. Volevo un cattivo che sapesse sorridere, che facesse battute, non il tipo alla Scarface, e che fosse popolare nel villaggio, conosciuto.

Sono rimasto affascinato dalla moglie del notaio perché sembra che gli effetti della guerra l’abbiano colpita radicalmente. Soffre molto per il matrimonio del figlio, che sta per sposare una contadina, ma soprattutto per la realtà che la circonda. Come avete sviluppato il personaggio?

F.T. Soffre molto perché è una donna intelligente. Ha un legame con la comunità ebraica, ma ovviamente non ha alcun potere per contrastare suo marito. Il loro matrimonio è in crisi, e subentra anche la gelosia per le prossime nozze del figlio. La figura della madre riveste un ruolo importantissimo nel mio film, ne sviluppa lo strato più emotivo.

Sebbene non rappresentino il fulcro del film, la presenza dei Sovietici, e delle loro imposizioni, è parte del mutamento che 1945 racconta. Come ha lavorato in questa direzione?

F.T. Il mio film narra di un momento speciale. Dopo la cacciata dei tedeschi, il territorio fu occupato dai comunisti. Al tempo si pensava che fossero i liberatori, ma dopo tanti anni, ci rendiamo conto del contrario. 1945 non è un film su di loro, ma era importante mostrarli perché l’Ungheria come molti paesi finì sotto il loro controllo.

Come ha lavorato col direttore della fotografia sulla scelta del bianco e nero?

F.T. Sapevo fin dall’inizio che sarebbe stato in bianco e nero, praticamente dalla prima lettura del racconto. Non è stato facile convincere i produttori e i distributori, ma è una scelta di cui vado orgoglioso. Questa storia doveva essere raccontata per contrasti.