Asian Film Festival 2007 - "Love conquers all", di Tan Chui Mui
Io ti dichiarerò guerra e mi prenderò con te la libertà della guerra e avrò tra le mani il tuo viso oscuro e trafitto..(Yves Bonnefoy) Il "cinema dell'Esitazione e della Tenerezza" di Tan Chui Mui è uno sguardo sulla materia oscura dell'amore, che filma con eguale poesia paesaggio, oggetti e persone.
Qualcuno ha definito lo stile di Tan Chui Mui “il cinema dell’Esitazione e della Tenerezza”. Il suo sguardo segue infatti puro, pieno di dolcezza e spesso non privo di ironia, con una camera a mano che si avvicina senza invadere, lo spostamento di Ah Peng (Coral Ong Li Whei, un viso capace di passare dal controllo alla richiesta di aiuto in un secondo, sotto un’apparente pacata spavalderia) adolescente che dalla provincia di Penang raggiunge la Kuala Lumpur degli anni ‘80 per lavorare nel chiosco di una zia, e i dislocamenti più pericolosi che dovrà affrontare: perché “l’amore vince ogni cosa” vuol dire in realtà che stringe gli esseri umani in una guerra non priva di veleno e feriti, nella quale è difficile riconoscere vincitori e vinti, perché la natura del trofeo, anche se si vince, è ambigua quanto la materia oscura: una forza che si indovina soltanto dai suoi effetti, attorno ai quali tutti gravitiamo. Dalla sua nuova casa, in cui vive anche la piccola Mei, sorella d’eccezione che sembra conoscere meglio, malgrado sia soltanto una bambina, il potenziale che si nasconde perfino nelle lettere d’amore infantili di un compagno di scuola, Ah Ping esce per raggiungere le cabine telefoniche gemelle da cui può telefonare al fidanzato e alla madre. Spiamo le sue conversazioni di un’ innocenza che lentamente viene modificata, quasi come un componente chimico, dalla presenza di John (Stephen Chua): inizialmente corteggiatore rifiutato e un po’ buffo, in seguito presenza sfuggente, capace di suggerire obliquamente all’oggetto del suo desiderio di prostituirsi (Ah Peng, sempre semplice nelle sue due magliette che lava e stende ad asciugare, si ritrova in un vestito nero, di fronte a un cliente, ripresa di spalle: non vediamo il suo volto, ma sappiamo che sta dolorosamente compiendo la scelta di non avere scelta: arrendersi all’amore (il titolo, proverbio, diventa sempre più cinico e senza speranza) – il suo viso lo vedremo solo dopo, contuso, e proteso fuori dal finestrino, a cercare nello spostamento d’aria un senso al suo proprio cambiamento. L’amore conquista ogni cosa, ma in un duplice movimento: respira da ogni cosa (il paesaggio malese amato dalla regista, e ripreso con amore, dalle gelide autostrade notturne ai piccoli villaggi tropicali), e ancora meglio, nella traduzione letterale del titolo originale, più vicino all’essenza del film, l’amore può cambiare una persona – è una possessione.. mutandone la struttura genetica, le forme, le scelte impossibili: si ripetono i personaggi: “non hai scelta, a meno che tu non salti” – un salto rischioso, soprattutto nella semplicità con cui Than Chui Mui lo racconta: lo strappo è avvenuto, poco importa che John non sia ciò che dice di essere: d’altronde non dice nulla di sé, e non rappresenta per la prima metà del film nient’altro che un’eccezione alla regola della telefonata quotidiana che Ah Peng fa al mondo finora conosciuto, fino alla sequenza del mercato: è allora che perde definitivamente peso la questione di chi sia veramente, e di cosa sia accaduto: quando John diventa il corpo amato a cui far indossare un giubbotto, il corpo nato per quel regalo, l’oggetto dell’amore, è vacua la questione se si tratti di carnefice o di vittima. Per dire tutto questo, ed altro, sono bastati 10.000 euro, la produzione coraggiosa di Amir Muhammad, che aggira il divieto malese di girare film in altra lingua che la propria, e uno sguardo registico che riesce a filmare con eguale poesia oggetti e persone e si chiude con uno sguardo prezioso e quasi magico seguendo l’ennesimo viaggio, stavolta su un motorino scalcinato, della piccola Mei, accompagnata da una tenera madre-autista alla scoperta del suo Uomo del Mistero..
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