SPECIALE DARIO ARGENTO - L'occhio che uccide: "Il gatto a nove code"
Dario Argento, alla sua seconda prova registica, teorizza un cinema che, al di là della sceneggiatura e dell’intreccio, sia esso stesso paura e tensione, violenza e sangue. L’uso della soggettiva, dunque, come strumento di morte, che lascia lo spettatore senza difese e che lo porta ad una angosciante identificazione con lo sguardo dell’assassino. Leggi tutti gli articoli dello speciale
Interpreti: James Franciscus, Catherine Spaak, Karl Malden, Rada Rassimov
Durata: 107’
Origine: Italia
Distribuzione home video: Medusa
L’occhio che uccide. L’uso della soggettiva come strumento di morte. Tre possibili sguardi che si sovrappongono e diventano un’unica visione. Regista, spettatore e assassino che si plasmano in una sola entità. L’occhio della macchina da presa.
Dario Argento, alla sua seconda prova registica, teorizza un cinema che, al di là della sceneggiatura e dell’intreccio, sia esso stesso paura e tensione, violenza e sangue. Tutto quello che accade prima o dopo gli omicidi, l’intera storia quindi, l’operazione narrativa, è solo appendice ai superbi momenti visivi in cui la macchina da presa colpisce e ammazza.
L’assassino, prima di trovare una sua fisicità, prima che le sue azioni trovino una spiegazione razionale, è solamente l’obiettivo, il suo campo d’azione sono i limiti dell’inquadratura, il suo stesso filmare diviene presagio e compimento di un delitto.
E allora il cinema si trasforma in esperienza diretta della morte, senza distanze di sicurezza, ci si ritrova ad essere complici diretti, testimoni privilegiati di un omicidio. Attraverso questo utilizzo della soggettiva Dario Argento rende inutili le difese dello spettatore nei confronti delle immagini e lo lascia in balia delle pulsioni bestiali dell’uomo, facendogliele vivere in prima persona.
Attorno a questo fulcro teorico quanto filmico gira poi l’intera struttura narrativa, i vari personaggi, l’intreccio della storia. Giordani, un giornalista, cerca di far luce su dei misteriosi delitti che hanno come vittime persone che gravitano intorno ad un centro di ricerche genetiche, in cui si studia il DNA umano. E’ aiutato nella sue indagine da un enigmista cieco, che finirà per venire a capo del complicato mistero. E non è un caso che sia lui a scoprire l’assassino. Essendogli vietata la visione e quindi una possibile identificazione con l’occhio che uccide è l’unico a poter “guardare” oggettivamente l’intera vicenda e anche l’unico, quindi, in grado di riuscire a risolverla. Argento inserisce nella storia anche tutta una serie di personaggi secondari (il fotografo, lo scassinatore, il poliziotto che parla di cucina, il barbiere) che si muovono in una dimensione grottesca e stralunata, anche grazie alle caratterizzazioni dial
ettali e che servono per allentare la tensione ma anche per un certo tipo di aperture ironiche che il regista sembra apprezzare particolarmente.
Diametralmente opposta è l’incursione nel gotico e nella atmosfere alla Edgar Alla Poe, nella sequenza della tomba al cimitero, dove Argento dà grande prova della sua tecnica cinematografica e del suo gusto per il macabro.
La musica del film è affidata a Ennio Morricone e una traccia, Paranoia prima, è stata inserita da Quentin Tarantino nella colonna sonora di Death Proof.
La presenza di James Franciscus (Carlo Giordani, il giornalista) fu imposta dalla produzione e male accettata da Argento, anche perché lo scarto tra l’attore americano e il resto del cast italiano (esclusi Karl Madsen e Catherine Spaak) è davvero notevole, non tanto ad un livello di capacità attoriale, quanto come presenza “estranea” nei confronti di un’ambientazione molto italiana, dove parecchi personaggi, come dicevamo, sono proprio costruiti partendo dalle loro particolarità “regionali”.
Il gatto a nove code dimostra quanto le qualità migliori di Argento siano quelle visive, di messinscena. La narrazione, nella sua ossessiva razionalità, sembra invece un debito da pagare nei confronti di un pubblico che deve avere una giustificazione psicologica per le efferatezze a cui assiste. Questa dicotomia tra una scrittura filmica istintuale, animalesca, soprattutto nelle scene di omicidio (anche se tecnicamente magistrale) e una sceneggiatura fredda e razionale porteranno Dario Argento a staccarsi sempre di più dalla logicità delle sue storie per perdersi nelle proprie visioni. Infatti il regista abbandonerà tra non molto l’indagine psicologica per spostarsi verso terreni sempre più soprannaturali, luoghi a lui più congeniali, dove il sonno della ragione sarà finalmente libero di generare i propri mostri.
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