SPECIALE DARIO ARGENTO - Memorie dall'invisibile: "L'uccello dalle piume di cristallo"

Il film con cui Dario Argento si rivelò al mondo è un disperato vagabondare alla ricerca di un appiglio, di un ricordo da pescare in una memoria spesso fallace o incompleta. Una lenta discesa nelle perversioni di una mente pericolosa, il primo grande incubo targato Dario Argento… Leggi tutti gli articoli dello speciale

Interpreti: Tony Musante, Suzy Kendall, Enrico Maria Salerno, Eva Renzi, Umberto Raho, Mario Adorf, Raf Valenti, Gildo Di Marco, Werner Peters, Reggie Nalder

Durata: 96’

Origine: Italia/Germania

Distribuzione home video: Medusa Home Entertainment

 

 

 

È piuttosto sintomatico che sia stato un regista dichiaratamente di sinistra come Dario Argento a dare il la, proprio in un periodo storico molto particolare per l’Italia visto che si stava passando dagli anni "della contestazione" a quelli "di piombo", ad una nuova stagione del cinema italiano. Il suo esordio, uscito nel nostro paese giusto un paio di mesi dopo la strage di Piazza Fontana, si poneva in modo assolutamente distante dalla politica e questo è stato forse uno dei motivi per il quale Argento è stato (ed è) tra i registi italiani più osteggiati dalla critica. Proprio su questo tema andrebbe anche ricordato che, prima di dedicarsi a tempo pieno al “fare cinema” (prima come sceneggiatore e poi come regista), Argento svolgeva l’attività di critico cinematografico presso “Paese Sera”, il quotidiano voluto dal Partito Comunista Italiano e ben presto divenuto uno dei giornali più squisitamente “popolari” dell’epoca. E non abbiamo certo usato a caso il termine “popolare”. Negli anni della fine delle illusioni e con il costante disimpegno politico da parte di molti, Dario Argento prese le mosse per delineare i contorni di un cinema davvero popolare, colmo di delitti anche efferati, di riprovevoli e squallidi personaggi, di deviati e scoppiati vari, insomma i protagonisti di tante pagine di cronaca nera che proprio il suo giornale dava per la prima volta in pasto ai lettori.

Ecco perché L’uccello dalle piume di cristallo non è un esordio come tutti gli altri e come tale va trattato. E pensare che questo film ha seriamente rischiato di non vedere neanche la fioca luce della sala cinematografica, o quantomeno non nella versione di Argento. Inizialmente, infatti, la pellicola non doveva essere diretta dal regista romano, che era l’autore della sceneggiatura, ma doveva essere realizzata da altri. Il nome che circolò a più riprese era quello di Terence Young, attivo nelle produzioni della Hammer, il quale però rifiutò: fu allora che Argento prese il coraggio a quattro mani e decise di dirigere il film lui stesso. Ma fu solo grazie all’intervento del padre Salvatore e di Goffredo Lombardo della Titanus che il film fu avviato. I problemi sorsero dopo pochi giorni di riprese: Lombardo, già scettico nell’affidare un thriller ad un esordiente, dopo aver visto il girato provò a sostituire Argento con uno più esperto (lo stesso regista fa il nome di Ferdinando Baldi). Ma la caparbietà di Argento ebbe la meglio e il film vide la luce nel febbraio del 1970: i primi incassi furono poco incoraggianti ma rapidamente la pellicola iniziò a far bene, arrivando persino ad incassare più di un miliardo di lire (a fronte di un sforzo produttivo di circa 240 milioni di lire…).

Da lì, il diluvio. Nacque un nuovo genere e iniziarono subito a proliferare emuli dal titolo animalesco…¹ l'uccello dalle piume di cristallo

Detto ciò val la pena di chiarire quantomeno un paio di passaggi che rischiano altrimenti di non far vedere il tutto con la giusta ottica: occorre infatti affrontare uno ad uno tutti i fantasmi che aleggiano intorno all’esordio di Argento. Se è vero che il genere del “giallo all’italiana” (o thriller all’italiana…) ha avuto con Dario Argento certamente il suo più valido e degno rappresentante è altrettanto vera e incontestabile l’influenza che il Maestro per eccellenza del cinema di genere italiano, Mario Bava ça va sans dire, ha inferto su quello che possiamo tranquillamente definire il suo “allievo”. In particolare, è evidente il collegamento tra alcuni film di Bava e l’esordio di Dario Argento: ci riferiamo a La ragazza che sapeva troppo (1963) da cui L’uccello dalle piume di cristallo trae sicuramente ispirazione per il plot, con una turista straniera in vacanza a Roma che assiste ad un omicidio e che decide di aiutare la polizia nelle indagini, e a Sei donne per l’assassino (1964)² da cui prende senza dubbio la soluzione usata nel finale e la “tuta da lavoro” dell’omicida (cappello, guanti e mantello tutti rigorosamente neri). Si è anche parlato di una fonte letteraria per la storia del film, in particolare ci si riferisce ad un libro giallo scritto nei primi anni cinquanta da Fredric Brown, The Screaming Mimi³ : anche in questo caso non è difficile scorgere almeno 3 o 4 punti in cui Argento sembra essersi ispirato - ci riferiamo, in particolare, ad alcune suggestioni visive che il libro di Brown abilmente suggerisce, come la vetrina/palcoscenico dove si svolge il primo (tentato) omicidio, all’opera d’arte/oggetto che rievoca traumi del passato e porta all’omicida, e ad alcune caratteristiche dei personaggi, pensiamo al vestito bianco ed immacolato della prima vittima oppure alla smaccata propensione omosex del gallerista. Non vanno poi certamente sottovalutate altre influenze più o meno palesi, come quella che porta dritti al cinema di Fritz Lang o a quello di Antonioni (provate a pensare un istante all’operazione di Blow Up (1966), con quel suo lavorio ossessivo sulla memoria e sulla capacità di mistificazione che ha la percezione umana, ed adattatelo al cinema di Argento, da L’uccello dalle piume di cristallo a Trauma passando ovviamente per Profondo Rosso). O ancora a tutto il cinema del Maestro del Brivido Alfred Hitchcock - da cui Argento non ha mai smentito di essersi ispirato e a cui deve senza dubbio l’espediente narrativo del passato traumatico che tormenta l’assassino, che dopo l’esordio tornerà in quasi tutte le pellicole del regista romano -  tanto che parte della critica nostrana non ha trovatoL'uccello dalle piume di cristallo di meglio da fare che etichettarlo come l’“Hitchcock all’italiana”.

Per cui, L’uccello dalle piume di cristallo nasce così, da una molteplicità di sguardi e di cinema diversi, di istanze alte e basse, di esperienze anche personali dell’autore, insomma un vero e proprio frullato, senza dubbio ben amalgamato. Detto ciò, sbaglieremmo nel presentare L’uccello dalle piume di cristallo come un esordio senza personalità, visto che in nuce è possibile riscontrare alcune marche tipiche del successivo cinema argentiano. Innanzitutto, fin da questa sua prima pellicola, è chiaro che sia il potere fascinatorio, ma anche perverso (per dirla con Jameson, “pornografico”) dell’immagine al centro dell’universo filmico di Dario Argento. Andando oltre, possiamo tranquillamente affermare che è anche lo sguardo stesso ad essere messo in discussione, un “atto del vedere” quasi brakhagiano, questo sì davvero pornografico, dove il soggetto scompare in favore di un’astrazione completa. Ed ecco che il senso ed il messaggio svaniscono, o quantomeno si confondono, per lasciar posto ad un disorientamento anche blasfemo, pervaso di un’aura sacrilega. Le soggettive dell’assassino, che qui iniziano a tormentare i “tranquilli” incubi da vittima che lo spettatore era abituato a vedere nel cinema precedente e che diverranno uno dei marchi di fabbrica del cinema argentiano, rendono tutti un po’ più partecipi: non più (solamente) vittime ma anche carnefici, assassini, squartatori, violentatori. Ecco la rivoluzione più grande di Dario Argento che trova la sua prima stupefacente apparizione proprio nel suo esordio. E più andrà avanti nel proprio percorso filmico e più questa trasfigurazione sarà dolorosa, sofferta ma soprattutto violenta. Anche perché L’uccello dalle piume di cristallo è probabilmente il film di Argento meno sanguinolento, dove c’è ancora spazio per una violenza solo supposta, quasi ieratica. Il tutto a vantaggio di una componente sonora, altro segno distintivo del cinema di Argento, davvero protagonista, sia nei rumori che nelle scelte delle tracce musicali. Ed è proprio l’elemento sonoro a giocare spesso una carta fondamentale nella nascita, nello sviluppo e, soprattutto, nella soluzione dell’intreccio: in un giallo così sui generis come quello di Argento, dove la verità è fin da subito mostrata (pensate alla mano che stringe il coltello ne L’uccello…oppure al quadro “animato” di Profondo rosso), è un determinato “rumore” a dare una svolta alle indagini (come il verso della gru in L’uccello dalle piume di cristallo oppure il cannone del Gianicolo in Il cartaio, ma questo elemento risolutore è presente in quasi tutto il cinema di Argento).

Gusto per il dettaglio, sguardo e suono, questi gli elementi chiave per interpretare criticamente oggi un film come L’uccello dalle piume di cristallo; tre elementi che intrecciati tra loro danno forma a uno dei maggiori incubi cinematografici di tutti i tempi.

 

 

 

 

 NOTE

 

Si contano almeno cento titoli che possono essere attribuiti a questo filone che lo stesso Argento ha provveduto a lanciare, suo malgrado, al punto quasi da venirne schiacciato. La cosiddetta “Trilogia degli animali”, infatti, composta dai primi tre film di Argento (L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code e 4 mosche di velluto grigio) doveva inizialmente accogliere anche il suo quinto film, dopo la parentesi televisiva e quella de Le cinque giornate. Profondo rosso, infatti, avrebbe dovuto chiamarsi La tigre dai denti a sciabola. “Trattandosi di un film che codifica un genere Sei donne per l'assassino oggi sembra in gran parte "già visto": dall'abito dell'omicida alla serialità degli omicidi, tutto è stato assorbito e perfettamente inglobato dai registi successivi.” (in Genealogia del delitto. Il cinema di Mario e Lamberto Bava, Autori Vari, Dossier Nocturno n. 24, 2004. Uscito in Italia per Mondadori con il titolo La statua che urla. Già in L’uccello dalle piume di cristallo è presente un chiaro riferimento ad Hitchcock: uno dei ruoli secondari è stato affidato a Reggie Nalder, uno dei visi più significativamente marchiati di Hollywood (metà del viso, infatti, era solcata da una profonda bruciatura), già killer per il maestro inglese ne L’uomo che sapeva troppo.
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