SPECIALE DARIO ARGENTO - Dolci freaks della periferia americana: "Trauma"
Quelle strane ragazze che abitano in fondo al viale: filmare un corpo incompiuto.
Hansel e Gretel a Minneapolis: mai credere al lieto fine di una favola.
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Interpreti: Piper Laurie(Adriana Petrescu), Asia Argento, (Aura Petrescu), Christopher Rydell (David Parson), Federic Forrest (Dr. Judd), Brad Dourif (Dr. Lloyd), James Russo (Travis), Laura Johnson (Grace Harrington), Dominique Serrand (Stefan Petrescu), Hope Alexander-Willis (Linda Quirk), Ira Belgrade, Terry Perkins, Peter Moore, Rita Vassallo, Stephen D'AmbroseDistribuzione home video: Cecchi Gori
Quelle strane ragazze che abitano in fondo al viale
Disney dell’epoca: è del 1990 infatti Home alone (Mamma, ho perso l'aereo) con Macaulay Culkin, destinato a diventare nella vita un caso esemplare per il tema della discesa negli inferi dell’enfant prodige (tra i 10 e i 18 anni sperimenta fama e successo diventando il ragazzino più pagato d’America, le lotte tra i genitori per il patrimonio guadagnato, il matrimonio fallito con la bambina prodigio di Sentieri, la fine della carriera, alcool e droga) da ossessionare Harmony Korine, che non a caso lo fotograferà per il suo libro The Bad Son e lo utilizzerà nel video realizzato per i Sonic Youth Sunday, ritraendolo, ormai adolescente, in un’eterna e malinconica indecisione di genere. Adolescenti e bambini in Dario Argento raccolgono spesso il testimone di osservatori ambigui, capaci di vedere perché sospesi naturalmente in una zona franca in cui sogno e reale non entrano in contraddizione, personificando il clichè letterario (e negli ultimi tempi perfino inflazionato nella cinematografia) del bambino angelico/diabolico, sviluppando un pensiero che si rifiuta di essere instradato nei binari della logica e proprio per questo vincente - da cui anche le figure adulte, ma chiaroveggenti: sempre così presenti nel cinema di Argento, che come nota Jean Baptiste Thoret: si servono di altri mezzi oltre ai cinque sensi «doti paranormali (rapporti telepatici tra Jennifer Connelly e gli insetti in Phenomena, poteri di medium di Macha Meril in Profondo Rosso, doti di veggente di Piper Laurie in Trauma» (Positif, gennaio 2001). In Trauma troviamo anche tutti i temi che conducono, in un lunghissimo piano sequenza, dal tardo Medioevo (il digiuno forzato, e assai poco metaforicamente erotico, delle mistiche) all’immaginario vittoriano (il silenzio delle madri nell’educazione delle figlie, concepite come cuccioli di perenne purezza da addestrare all’indifferenza, se non al disprezzo, verso tutto ciò che poteva renderle sessuate) fino agli anni ’90 e al dilagare di una sottocultura principalmente giovanile, e allargata anche ai ragazzi, che tenta confusamente di tenere insieme i simboli privilegiati di un mondo fantastico - l’aspirazione a scomparire in una invisibilità potente (che si tratti della figura del Vampiro, di un Dio capo boy-scout o di un avatar transhumanista, non fa differenza) con un
crescente disagio verso la propria corporeità: da cui il dilagare di mali come l’anoressia, non peculiarmente “moderni”, ma montati in un contesto fertile che li provoca per motivi del tutto moderni; con delicatezza, in alcune scene di Trauma, si mette in gioco un senso di inadeguatezza e di solitudine più generale, che attiene all’atteggiamento ipocrita di una società che genera insicurezze e solitudine sempre nuove, ma al tempo stesso finge di non vedere i freaks che ha creato e che circolano per le sue strade - vengono rinchiusi nelle cliniche psichiatriche, come in quella che è una gag di comica tristezza: il paziente che saluta con la mano l’assassina che lo ha risparmiato, o evidentemente nella scena in cui David cerca di farsi largo nel corridoio dell’istituto in cui Aura viene rispedita, che si potrebbe svolgere comodamente anche tra i cosiddetti “sani” (un esempio meraviglioso e lucido di questa condizione di “contagio della follia” che si cerca ad ogni costo di evitare è nella sequenza della metropolitana – qui in video - di Rabid di David Cronenberg). Tale presa di coscienza di una realtà ignorata si esprime nella figura di David, per esempio, che apre gli occhi di fronte a un fenomeno di cui era all’oscuro (era consapevole, invece, di un’altra autodistruzione, quella da eroinomane, e di un’emarginazione differente, ma uguale nella sua sostanza – la scena in cui viene umiliato dai passanti che lo additano dandogli del tossico) in particolare nella sequenza in cui torna a casa alla guida della sua macchina e non può fare a meno di osservare con tristezza i corpi di donne (una ragazzina accanto a una panchina, due prostitute) perlopiù esili e stanchi, che popolano la strada. Nella personalità di Aura agiscono certamente la relazione difficile con una madre che scopriremo profondamente disturbata, ed è inevitabile pensare alle tante altre eroine tratteggiate in questo senso dalla cinematografia precedente e successiva, ad esempio Carrie (la cui madre, nel film di De Palma, era sempre interpretata da una Piper Laurie invasata) o in tempi recentissimi la fragile assassina May nell’omonimo horror del 2002 di Lucky McKee, film che peraltro omaggia affettuosamente Argento in più punti, dalle citazioni dirette ai poster sulle pareti, facendo del protagonista maschile un filmaker che si dichiara appassionato dell’opera di Dario e di tutto ciò che è weird e scegliendo per la parte di May un’attrice, Angela Bettis, che richiama esteticamente l’Aura di Trauma, e che a sua volta ha intepretato una Carrie televisiva!
Hansel e Gretel a Minneapolis vendono cara la pelle.
Tra i tanti rimandi tra Profondo Rosso e Trauma, di cui il secondo film, inizialmente chiamato L’Enigma di Aura, voleva essere una sorta di rielaborazione generazionale dopo vent’anni (seguendo l’analisi comparativa completa e dettagliatissima tra le due pellicole, disponibile qui) troviamo la psicosi di un personaggio femminile che non riesce a dimenticare i propri demoni: In Profondo Rosso, perdere la testa (origine dei labirinti mentali) è l’estrema ironia dei contenuti psicanalitici del film; in Trauma la decapitazione del personale medico è proprio l’unico modo in cui una madre privata della sua (testa) memoria può esigere vendetta. Sulle scene degli omicidi ha lavorato Tom Savini: «Il mio lavoro principale era di curare le decapitazioni. Il mio scopo, in questo campo, era di far dimenticare quella straordinaria de La maledizione. Non è una cosa facile. Un giorno (Dario, n.d.r.) mi ha addirittura detto “Se questa testa non rotola in modo abbastanza pulito, è la tua testa che rotolerà..” » (in Dario Argento, a cura di Gabrielle Lucantonio, Dino Audino, 2001). Altro motivo ricorrente in entrambi i film è una descrizione dello spazio dove architettura e geografia agiscono come una proiezione di tutti i percorsi mentali dell’eroe (Marcus Daly in Profondo Rosso vaga per una Torino deserta in una rappresentazione di estrema solitudine e oppressione, e in Trauma è presente come un’evoluzione di questa figura: è uno spazio malvagio e insieme incantato: la periferia americana con i suoi sobborghi, giardini, motel, farmacie (è la prima volta che Dario gira a Minneapolis) in cui David, da americano, sembra perfettamente inserito rispetto alla piccola rumena depositaria di una lunga tradizione di stregonerie e superstizioni,
ma diventa ben presto uno straniero: è ispirato il momento in cui David cerca Aura, che crede morta, nell’acqua dolorosamente calma di un lago battuto dai riflessi della luna: sono scene come queste che donano a Trauma un suo particolare carattere poetico. David è in cerca della sua Ofelia preraffaellita, che giace nel dipinto di Millais in una bottega (nella stessa scena, si intravede anche la Salomé art nouveau di Aubrey Beardsley, un’altra con il vizio della decapitazione..). Se Aura è una specie di Alice nel paese delle meraviglie che deve ingurgitare una bacca rossa per ricordare, l’amore di David per Aura fa di lui una seconda Alice, lo conduce come in un incubo, guidato da un amuleto (il bracciale di lei), fino a chiuderlo con lei in una gabbia (i due si ritrovano chiusi in una “gabbia” come Hansel e Gretel al cospetto di Adriana Petrescu, madre folle e incantatrice che conserva il ricordo del suo Nicholas in una nursery stregata, che incombe pronta a uccidere, e che Aura cerca ancora inconsciamente come madre affettuosa, perfino quando di lei sarà rimasta soltanto la testa..
La peculiarità di Trauma è che si tratta dunque di una storia d’amore vera e propria? Aura nel film viene contrapposta in senso positivo, con tutte le sue insicurezze, alla perfida conduttrice televisiva che è occasionalmente l’amante di David e che si fa complice della struttura medicale che opera sul disagio della ragazza esclusivamente con legacci e sedativi, manovre totalmente indifferenti alla sua persona; David è un principe azzurro sui generis, ma le immagini finali riconsegnano certamente questi due personaggi dal rapporto innocente alla protezione di un destino destinato a colmare tutte le difficoltà che hanno segnato la vita dei due. Aura in uno dei pochi attimi di serenità si ferma a sorridere a un musicista
di strada, e se le riprese finali di Trauma dopo il classico «è tutto finito» inquadrano un abbraccio, una dichiarazione d’amore e la tranquilla periferia di quartiere, fermandosi su un gruppo di musicisti reggae che suona su un balcone - con effetto straniante, ma che sembra indirizzato verso l’idea di un lieto fine – ecco un brivido diverso: l’obiettivo si stringe sul corpo, magrissimo, e sul volto, di una ragazza dai capelli lunghi, infinitamente triste, che danza distrattamente al ritmo di una canzone che scompare, sostituita da Ruby Rain, mentre i colori assumono i toni di una vecchia fotografia. Anche senza informarci, e venire a scoprire che si tratta di Anna Ceroli, nata da una precedente relazione di Daria Nicolodi e alla cui esperienza di anoressia si è rifatto lo stesso Argento per Trauma, l’immagine della ragazza (scomparsa nel ’94 per un incidente in motorino) con i capelli al vento, già coperta dai titoli di coda, vestale innocente come la Connelly in Phenomena, ma dal volto tanto più distante e malinconico, è la il simbolo della persistenza del disagio, dissimulato ma doloroso, di cui questa è solo una delle possibili forme nella complessità dell'esperienza umana, e conferma definitivamente la natura intima di questa esperienza filmica. Ma c'è poi una differenza così grande?
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