SPECIALE DARIO ARGENTO - Il passato che ritorna: "Non ho sonno"
Non ho sonno segna il ritorno di Argento al giallo degli esordi, ambizioso progetto che riporta l’attenzione sull’assassino: il mistero dell’identità e delle motivazioni psicologiche ritornano in auge a vent’anni di distanza dagli ultimi exploit di un cinema di genere ormai sepolto. L’effetto rimpianto non si dimostra però al passo coi tempi. Leggi tutti gli articoli dello speciale
Interpreti: Max von Sydow, Stefano Dionisi, Chiara Caselli, Rossella Falk
Durata: 100’
Origine: Italia, 2001
Distribuzione home video: Medusa
Con Non ho sonno Dario Argento destruttura i canoni del thriller all’italiana che lo resero famoso negli anni ’70 e li applica, posticci, ad una struttura simile per forma ma dall’attualità completamente diversa. Visto come esperimento stilistico, il film resuscita a diversi decenni di distanza un modello che in origine era perfettamente funzionante, dimostrandone l’attuale inadeguatezza. Sotto tanti punti di vista la pellicola è un postmoderno contraltare di Tenebre (1982), di cui è specchio complementare. Questo a sua volta era già «summa generis»: la sintesi personale di Argento prevede allora gli stessi effetti, le stesse musiche – il celebrato ritorno alla collaborazione con i Goblin, qui autori di un progressive più metallico –, gli stessi colpi di scena, anche se spesso funzionalmente invertiti. Si pensi per esempio all’epilogo, in cui un sospettato entra in scena dal basso, all’improvviso, là dove non poteva trovarsi; in Tenebre il meccanismo di stupore era il medesimo, con la differenza che il killer si celava dietro Giuliano Gemma, il quale abbassandosi ne disvelava il profilo.
Il ritorno al giallo all’italiana è completato dalle location torinesi, la città di Profondo rosso (1975), vissuta appieno sin dalla prima carrellata che apre su un omicidio, per poi compiersi nei piani sequenza in esterni. La nostalgia è il minimo comune denominatore, sia essa concretizzata da un cadavere in bella posa riprodotto tramite effetti speciali classici eppure sanguinolenti, con un make up artigianale che riporta alla mente le creazioni di Mario Bava e del padre, oppure dai nomi di Rossella Falk e Gabriele Lavia, presenti nel passato del regista e del cinema italiano di genere dei bei tempi. Ma anche, ciliegina sulla torta, dal pappagallo dell’ispettore Max Von Sidow, animale-citazione che pur non andando oltre il divertissement compiace lo spirito autoriale del burattinaio che dietro la macchina da presa, nota a margine, si diverte ancora come un bambino.
Non ho sonno è un film assolutamente imperfetto ma viscerale. Il suo approccio gli dona un aspetto demodé, un gusto antico
che è al tempo stesso rétro e postmoderno: la finzione è sovrana, la sospensione del giudizio sul reale un assioma indiscutibile. La recitazione in inglese, doppiata con toni piatti - «il suono viene anche accentuato dalla recitazione di Lavia e Zibetti, troppo teatrali, volutamente “fuori ruolo”, violenti ed esagerati come gli incubi in un sogno» [Simone Emiliani, Non ho sonno] - è una perfetta determinazione d’intenti. Così come la macabra filastrocca scritta da Asia Argento, che al pari della simile litania di Pierino Porcospino in Solamente nero (1978, di Antonio Bido) detta i ritmi degli omicidi e della tensione, tingendo di nero la fiaba triste e malinconica nella testa di Argento. La sceneggiatura scritta con il fidato Franco Ferrini vede la partecipazione speciale di un ospite illustre, il giallista Carlo Lucarelli, quasi a voler offrire al pubblico un aggiornamento concreto. Eppure certi dialoghi sono implausibili – come può una madre distrutta dal dolore invocare il proprio figlio, nano, chiamandolo «il mio scimmiotto»? – ed esasperano a tal punto l’inganno cinematografico da risultare alieni allo spettatore d’oggi, nel quale non vi è traccia di memoria storica: inevitabile lo sconcerto generale e le reazioni d’istinto, troppo spesso l’esatto contrario di quanto il regista, a sua volta colpevole, vorrebbe ottenere.
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Pagina sul film dal sito di Carlo Lucarelli
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