VENEZIA 64 - "Small Gods", di Dimitri Karakatsanis (Settimana della Critica)
Un racconto fluviale e pieno di digressioni, risolto dal regista come un evocativo e spesso commovente collage di piccoli segni, brevi frammenti di sequenze, impercettibili dettagli e viraggi, perdendosi a seguire i cavi della luce che corrono per kilometri, o innamorandosi ogni volta degli occhi e della bocca soave dell’attrice Steffi Peeters.
Elena’s Elegy – Elegia di Elena, come recita il sottotitolo del film dei fratelli Dimitri e Nicolas Karakatsanis (Dimitri scrive e dirige, Nicolas si occupa – in maniera formidabile – della fotografia, insieme producono): in viaggio su di un camper verso una meta ignota dopo aver perso la memoria, in compagnia di David che ha sostenuto in incontro di boxe con Dio (un anziano gracilino con i baffi bianchi) e l’ha perduto malamente, e di Sarah che sta fuggendo ed un tempo portava i capelli tinti di rosso, Elena giungerà infine nel luogo in cui la dolente storia della sua vita ha avuto origine, a fare i conti con i piccoli dei/padri che sono i responsabili ultimi dell’incidente-omicidio che coinvolse Jeremy, il suo bambino. E’ un film da respirare a pieni polmoni, Small Gods dei fratelli Karakatsanis, talmente carico di suggestioni d’ogni tipo che è sempre sul punto di straripare dagli argini, tenuto insieme invece da un percorso narrativo che sembra più volte perdersi e biforcarsi, ma che al contrario rivela alla fine una ariosa e luminosa coerenza d’insieme: seduta di fronte all’avvocato che dovrà difenderla dall’accusa di omicidio, Elena ripercorre sostanzialmente la sua vita, e le vicissitudini di chi le è stata vicino nell’ultimo viaggio alla scoperta degli small gods, David e Sarah. Le sue parole danno vita ad un racconto fluviale e pieno di digressioni, che non segue un filo temporale ma salta avanti per poi ritornare indietro, alla ricerca di una verità ultima che come spesso accade è nella moltitudine delle vedute/visioni piuttosto che nel resoconto unico, risolto da Karakatsanis come un evocativo e spesso commovente collage di piccoli segni, brevi frammenti di sequenze, impercettibili dettagli e viraggi in digitale sgranato, o bianchenero, perdendosi a seguire i cavi della luce che corrono per kilometri, o innamorandosi ogni volta degli occhi e della bocca soave dell’attrice Steffi Peeters, che interpreta Elena – gli fa da contraltare un sonoro di stupefacente bellezza, tappeto irresistibile di suoni, piccoli rumori, voci sussurrate, resti uditivi di un passato forse mai avvenuto, impastato con una colonna sonora minimalista ma davvero densa di emozione firmata da Aldo Struyf. L’incontro psicanalitico con l’avvocato parte da un Blackout, e alla fine ne genera un altro, liberatorio, come in Abel Ferrara, ma di segno opposto – e se alcune sequenze potrebbero rimandare alle ‘sospensioni’ di un Lynch on the road, l’occhio innamorato di questi ragazzi chiusi in sé stessi, ribelli e bellissimi, che accendono un fuoco sul margine della lunga striscia d’asfalto, o si gettano ad abbracciare chiunque sotto la spinta di un impulso irrefrenabile, non può che farci tornare alla mente e nello sguardo il Gus Van Sant di grandi opere come Gerry o Paranoid Park.
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