TORINO 25 - "Intelligenti creature rarefatte che si allenano a provare emozioni" - Incontro con Tamara Jenkins
La regista di The Savages, girato in soli 30 giorni e presentato in apertura del 25° Torino Film Festival, racconta una famiglia tanto ordinaria quanto speciale e il suo rapporto con le forme espressive del cinema indipendente e del teatro dell’assurdo.
Hai definito l’esperienza di Wendy e Jon, i due fratelli di The Savages, un vero e proprio viaggio, in cui diventano a poco a poco esseri tridimensionali che si liberano dagli stereotipi in cui, loro malgrado, sono costretti. Rappresenti la malattia e la morte anche nei suoi aspetti fisici più duri, senza per questo assumere un atteggiamento nichilista. Si intuisce che i fratelli hanno subito dei traumi, e che a sua volta anche il padre Lenny ne ha subito. Credi che questo viaggio conduca a una consapevolezza che permette loro di sfuggire al ruolo di vittime, e che le loro difficoltà possano diventare spinte propulsive, anziché ostacoli?Tamara Jenkins: Scrivere una sceneggiatura deve essere un po’ come leggere nei fondi del caffè: nascono evoluzioni impreviste, cambiamenti improvvisi, non ci sono mai certezze. Si tratta di un viaggio nella malattia del padre e all’interno di loro stessi, ma è diventato un percorso non soltanto di affrancamento dalle difficoltà e dal proprio passato. E’possibile che un trauma diventi un motivo per vivere, una fonte di energia, ma più che concentrarmi sull’autoconsapevolezza, volevo mostrare due fratelli che, ciascuno a suo modo, malgrado cultura, preparazione, intelligenza, non sono dotati di sufficiente “intelligenza emotiva” per colmare le mancanze dell’educazione ricevuta, devono affrontare una sorta di allenamento alle emozioni per ritrovare una sfera emotiva. Quello dei legami familiari e delle loro fratture interne, è da considerarsi un vero e proprio problema sociologico; non ho la pretesa di analizzare una questione tanto complessa, che appartiene a tutte le epoche; mi sono voluta concentrare sulle individualità di alcuni personaggi, su una famiglia specifica. Non volevo in alcun modo creare una sorta di manifesto new age sulla necessità di ritrovare la capacità di esprimere se stessi, ma è certo che la cultura di Wendy e Jon non può aiutarli e che sono protagonisti di esperienze che li mettono di fronte alla loro incapacità dal punto di vista della gestione dei sentimenti: devono trovare dei minuscoli appigli, via via più grandi, come se fossero stati sempre paralizzati e dovessero recuperare la sensibilità.

Il balletto iniziale delle anziane “cheerleaders”, le villette a schiera, i giardini assolati, l’apparente serenità della periferia americana, il lato grottesco dei complessi residenziali e delle case di cura fanno pensare a Velluto Blu o Happiness. Hai scelto Philip Seymour Hoffman anche perché ha spesso incarnato personaggi che nella loro sgradevolezza, risultano tanto più umani?
T.J.: Ho ammirato molto Philip in Happiness e in tutte le sue interpretazioni; nella scelta di affidargli la parte di Jon, e anche per quanto riguarda il resto del cast, l’aspetto determinante è stato quello di riuscire a trovare degli attori in grado di rappresentare la dicotomia tra humor e dramma che pervade tutto il film. Esistono splendidi attori tragici, ma non sempre sono in grado di offrire una performance che sia in equilibrio sottile tra ironia e sofferenza; inoltre Phil è un uomo tanto intelligente che sarebbe stato perfettamente credibile nel ruolo dell’intellettuale. Film come Little Miss Sunshine, e Sideways di Alexander Payne, sono in realtà due veri e propri miracoli: non rappresentano la situazione attuale del cinema indipendente americano. Ambedue non possono essere considerati casi tipici; nella norma i film indipendenti si scontrano contro ostacoli di ogni genere, e la caccia ai fondi di rado si conclude positivamente, malgrado la presenza di nomi di rilievo (nel mio caso, proprio Philip Seymour Hoffman – lo considero un genio - era coinvolto nel film assai prima di vincere l’Oscar e di interpretare Truman Capote, ma il suo nome non è stato sufficiente a dare tutte le garanzie necessarie ai finanziatori, che temevano a priori un film che non propone necessariamente personaggi teneri e accattivanti o scene di sesso, che affronta problematiche che spesso preferiamo non affrontare: temi quali la morte e la malattia). Da questo punto di vista il mio atteggiamento nei confronti del racconto non è nichilista o pessimista, ma neppure superficiale: racconta la tragedia come parte della vita, rifiutando un ottimismo di facciata, ma non credo che si possa definire deprimente.
Laura Linney-Wendy sembra quasi una bambina, conserva una forma di innocenza, cerca in ogni modo di non trasformarsi in un clichè, è una commediografa spesso assalita dalla paura di “rappresentare piccoli drammi borghesi”. Philip Seymour Hoffman-Jon è un insegnante e un cultore di Bertolt Brecht. I dialoghi del film, così taglienti e brillanti anche in momenti paradossali, hanno a che fare con un tuo amore personale per il teatro, in particolare il teatro dell’assurdo, Beckett, Ionesco?T.J.: I riferimenti presenti nel film non sono intenzionali; non ci avevo mai pensato, ma evidentemente il mio subconscio ha lavorato ricreando nel film delle atmosfere comuni al teatro dell’assurdo, perché ho sempre voluto essere un’attrice, e sono stata attrice prima di girare film, ho lavorato all’interno del teatro non convenzionale, sperimentale, e una parte della mia esperienza diretta deve essere confluita nel film! I miei personaggi sono creature rarefatte, intelligenti ma incapaci di vivere la vita a livello pratico, hanno sviluppato un pensiero complesso dal punto di vista intellettuale, ma tutto ciò non li aiuta a relazionarsi tra di loro: non sono in grado di affrontare le situazioni più “primitive” e gli aspetti più semplici della vita. Questo mi ricorda i personaggi di un certo teatro, che pur avendo a disposizione un linguaggio alto e forbito, si rendono presto conto di quanto anche il linguaggio più raffinato sia insufficiente a rendere possibile una comunicazione sincera e intensa.
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