TORINO 25 - "Da creatore di immagini a narratore, il mio cinema come necessità per la ricerca del senso della vita" - Incontro con Wim Wenders (2° parte).
Wim Wenders si racconta e parla del proprio lavoro mettendo a nudo i propri dubbi e i propri errori, nella consapevolezza di realizzare un cinema che sia anche racconto della propria esistenza

I primi film dell’autore tedesco e il suo modo di affrontare il lavoro attorno a quelle storie continua il lungo incontro tra Nanni Moretti e Wim Wenders, la circostanziata vicenda autoriale che si incrocia con i propri sentimenti.
Di solito si comincia a girare di lunedì cosicché nella notte tra domenica e lunedì sono assalito dalle angosce delle riprese, succede anche a te e come si sono modificate queste angosce nel tempo?
Devo dire che di solito tra domenica e lunedì dormo bene perché comincio a girare il martedì! A parte la battuta di solito prima di cominciare a girare ripeto a me stesso che non voglio fare le cose nel modo in cui le so fare meglio è questa la cosa che cerco di fare, cercare nuove soluzioni per fare cose che già fatto.
Perché, come hai dichiarato tu stesso, la Lettera scarlatta non ti piace?
Quel film è stato un errore. Nel 17° secolo non esisteva il rock, non esistevano le automobili e la fotografia, cioè non esistevano le cose che mi piacciono di più, di conseguenza non potevo realizzare un buon film.
Parliamo un po’ di Nel corso del tempo i personaggi di quel film erano influenzati dagli attori?
Stiamo parlando di un film in cui non c’era alcuna descrizione dei personaggi, nel senso che la sceneggiatura non conteneva la loro puntuale caratterizzazione, in quel film solo le situazioni erano descritte e agli attori era lasciato molto spazio sul set.
Poi è venuto L’amico americano qual’è stata secondo te la ragione del suo successo?
In primo luogo perché era un thriller e poi anche perché era un film molto più narrativo degli altri e quindi più accessibile, per questa ragione è stato visto da un pubblico più vasto. Comunque il quel film c’erano anche alcune cose davvero pregevoli, ad esempio Robby Muller ha svolto un lavoro davvero egregio e ne è risultata una fotografia molto innovativa per l’epoca. Quelle soluzioni che il pubblico non aveva visto credo che abbiano colpito molto.

Qual’è stato per questo film il tuo rapporto con Patricia Highsmith (autrice del libro dal quale è tratto il film n.d.r.)
Lei a me è sempre piaciuta. Non è successo così per lei nei miei confronti. Quando il film è uscito lei è rimasta molto delusa, non le piacque e quella fu la ragione per cui non abbiamo avuto contatti per molto. Dopo qualche tempo mi arrivò un biglietto in cui mi chiedeva scusa. Aveva rivisto il film e aveva cambiato opinione, da quel momento credo che sia cambiata pure la sua opinione nei miei confronti.
In quel film come hai fatto a fare stare insieme Bruno Ganz e Dennis Hopper?
Non è stato semplicissimo. Mi ricordo che quando arrivò Dennis tornava dalla giungla delle Filippine dove aveva terminato di girare da poco Apocalypse now. Ricordo che arrivò in condizioni pietose, aveva ferite dappertutto e alcune erano davvero brutte. Fu necessario rimetterlo in sesto e io pensavo a come avrebbe potuto lavorare nel film conciato a quel modo. Poi quando si trattò di girare e lui non conosceva le battute, ma una volta sul set era pefetto, mi sembrò un miracolo, conosceva tutte le battute e sotto questo aspetto non fu un problema. I problemi nacquero invece con Bruno e da subito. Cominciarono a litigare sul set e poi si allontanarono e credo che continuarono, forse, prendendosi a pugni. Ero preoccupato, ma non intendevo intervenire. Però il giorno dopo tutto si rimise a posto. Tornarono sul set tranquillamente e sembravano grandi amici e credo che lo siano stati davvero.
Nick’s film o Lampi sull’acqua come fu anche intitolato in Italia, è vero che servì a correggere l’opinione che si aveva su Nicholas Ray?
Si questo è vero. Fu un’idea di Nick stesso. Lui sui suoi set aveva tenuto sempre atteggiamenti scandalistici e dal suo ultimo set era stato cacciato perché beveva troppo. Lui sapeva di essere diventato un regista cult ma soffrì molto di questi fatti e temeva che davvero la sua immagine ne risultasse offuscata. Il film sarebbe servito a modificare quelle opinioni negative.

Credo che un film del genere ti facesse venire in mente molti dubbi. C’erano i problemi etici, con chi ne parlavi?
Non certamente con Nick. Ricordo che durante quel film si stava sempre insieme con la troupe e tutti avevano dei dubbi. Ci chiedevamo: possiamo filmare un uomo che sta per morire? Ma sapevamo che fermare il film, per lui, sarebbe stato come decidere di farlo morire prima. In qualche misura eravamo dei testimoni di questa sua ultima fase della vita. Credo che quel film lo avremmo continuato a girare anche senza pellicola! Per quanto mi riguarda è stata un’esperienza necessaria ed è stato molto più di un film.
Quando il film fu finito io avevo alcuni impegni e così il lavoro di montaggio fu fatto in mia assenza. Quando rividi il film montato Nick era già morto, ma il film non funzionava. Non mi piaceva. Capii che dovevo lavorarci da solo al montaggio. Così feci e rimontai completamente il film aggiungendo anche la mia voce fuori campo. Il risultato era decisamente migliore. Comunque abbiamo conservato entrambe le versioni e qualunque studente di cinema potrà vedere anche la prima.
Abbiamo già detto che Lo stato delle cose nasce tra il primo e il secondo girato di Hammett è una critica esplicita a Coppola o che cosa?
Quel film nasce più che contro qualcuno contro qualcosa ed in particolare è l’approccio hollywoodiano al cinema così distante da quella che è l’ottica europea e nel finale proprio perché non volevo parteggiare né per il produttore, né per il regista ho deciso che dovessero morire entrambi.
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