TORINO 25 - "Noi dobbiamo deciderci" di Arturo Lavorato e Felice D'Agostino - Italiana doc.

Arturo Lavorato e Felice D’Agostino, già vincitori nella stessa sezione nei due anni precedenti ripropongono il loro sguardo lucido e  consapevole sulla Calabria filtrato dalla loro coscienza critica in un film in cui forma e contenuto vivono in un rapporto di stabile equilibrio

Un’altra volta come in una storia che continua il Festival di Torino ospita un lavoro dei due autori calabresi. Un’altra volta, come una storia che non sembra finire si incrociano le storie di questa città con quelle della Calabria. Lavorato e D’Agostino, questa volta ci raccontano dell’alluvione che nell’estate del 2006 ha colpito la zona costiera della provincia di ViboValentia. Ci tengono a dire, prima della proiezione, che il loro non è un reportage. Ma lo spettatore se ne accorge da subito. Da quando, cioè l’immagine va ben al di là della pura narrazione per diventare, essa stessa frattura tra la cronaca e il sentimento, tra la rabbia e il racconto.

Nel primo dei loro film, per loro stessa ammissione, hanno imparato a documentare, nel secondo hanno imparato a comporre, con questo Noi dobbiamo deciderci si realizza la sintesi tra quei due registri. Nato ancora una volta sotto gli auspici dei versi del loro poeta Franco Costabile, questo nuovo film ritrova nell’immagine e nella continua cesura del nero la sua guida primaria. Le pause in nero del film si trasformano in suggestivo vuoto visivo,ma diventano corpo del montaggio, ma anche strumento di sintesi narrativa. Non è la capacità di raccontare, o almeno non è soltanto quella, a calibrare quel rapporto, mai interrotto, tra forma e contenuto del film, ma è anche e soprattutto la forza propria delle immagini che sembrano volersi fare esse stesse immediato racconto: le riprese basse quasi nell’acqua, i carrelli in avanti nella casa devastata dalla furia dell’acqua e la non banale ripresa dei politici “senza teste” traducono, nell’immediatezza della resa visiva, meglio di qualsiasi lungaggine narrativa (magari con l’uso della voce fuori campo) la furia dell’evento, la disperazione, l’autorappresentazione del potere in una posa tanto enfatica, quanto incapace di dare risposte ai bisogni.

D’Agostino e Lavorato scandagliano, con lucida consapevolezza e coscienza critica, il paesaggio dell’oggi distrutto dal nubifragio, ma saldano l’evento con il passato, con altri eventi simili, nella certezza che i fatti che accadono partono sempre da lontano, dimostrando di avere un orizzonte più largo di quello della stretta attualità e dimostrando, ancora una volta, che il passato nulla ha insegnato e che i drammi del nostro presente, in questi luoghi, dipendono dall’assenza di quel riconoscimento di responsabilità che non genera mai colpevoli e che assolve, col tempo che passa e fa dimenticare, le colpe di una classe politica che trova sempre il modo di autoassolversi. Riecheggiano anche in questo senso le parole finali della donna scandalizzata dal comportamento di  chi, a pochi giorni dalla tragedia e davanti ai quattro morti dell’alluvione, tra cui un bambino di 18 mesi, sta seduto al tavolino del bar a gustare un gelato negli stessi giorni in cui l’Italia diventava campione del mondo di calcio, ma perdeva una partita importante in un lembo estremo del suo territorio.

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