TORINO 25 - "Ghiro ghiro tondo" di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, "July Trip" di Waël Nourreddine (La zona)
La coppia Gianikian e Lucchi offre allo sguardo un catalogo di giocattoli di un’epoca che sembra irrimediabilmente lontana. Una processione che cresce, con una lentezza cadenzata e inesorabile, fino a rendere il quadro esatto della devastazione. La stessa devastazione di cui prova a parlare il regista libanese, attaverso il delirio di un movimento continuo, incontrollato
Un catalogo di diecimila giocattoli, recuperati in un villaggio sulle Dolomiti, un tempo territorio austriaco. Giocattoli di un’epoca che sembra irrimediabilmente lontana, dalla fine della Grande Guerra al secondo dopoguerra. Giocattoli appartenuti a chi sa chi, abbandonati, messi da parte, dopo aver nutrito la fantasia di generazioni di bimbi, speranze, esaltazioni, sogni, incubi. In silenzio, davanti all’occhio della macchina da presa ne sfilano di tutti i tipi: bambole, miniature, molle, meccanismi rudimentali, battaglie navali, preistorie di giochi di ruolo. Materiali di ogni genere: cera, legno, stoffa, cartapesta, ceramiche e porcellane. Una mano sapiente apre scatole impolverate, disturba un silenzio di anni e dissotterra cadaveri dimenticati. Perché, in fondo, è questo Ghiro ghiro tondo: una riesumazione, un richiamo dal regno dell’oltretomba, un rosaio sgranato in un cimitero del tempo. Quasi un film horror, in cui si materializzano mostri deformi e antropomorfi, freaks dalle inquietanti fattezze, dal corpo o dalla testa troppo grande, clown con il sorriso da assassini, pupe con gli occhi di ghiaccio, teorie di cinesi, musi gialli, ebrei, selvaggi, resi schiavi da un’idea d’esotismo che non permette distinzioni. E poi una lunga serie di teste spaccate, occhi cavati, braccia e gambe tagliate, malattie della “pelle”, superfici invase dalla cancrena della vecchiaia: una processione silenziosa di ferite più o meno gravi, mai completamente rimarginabili. Una processione che cresce, con una lentezza cadenzata e inesorabile, tra muffe, ruggini, case sgangherate, fino a rendere il quadro esatto della devastazione. Perché non è solo questione di tempo che passa, di archeologia tesa alla raccolta, alla classificazione, al recupero. Si capisce da i luoghi di provenienza dei giochi: da quei “made in”, da quelle svastiche sugli aerei, da quella frenesia della lotta applicata alla pedagogia. Le cose riescono a parlare meglio di ogni altro racconto. Purché ci sia un occhio pronto a svelarne la verità sepolta. Ed è la verità di un’infanzia perduta (per sempre?) tra spettri di guerre ed altri orrori.
Non è affatto un caso che Ghiro ghiro tondo sia collegato a July Trip, del libanese Waël Nourreddine, altro tentativo, estremo, di dar conto della devastazione. Questa volta presente (o per lo meno recente): l’ultimo attacco dell’esercito israeliano in Libano. Come si può raccontare una guerra, soprattutto quando vi si è immersi, se ne vive giorno per giorno il continuo terremoto? Nourredine se lo chiede da subito. L’urgenza dei fatti non rende possibile la lenta processione di Gianikian e Lucchi, quello sguardo apparentemente distante, in realtà più obliquo, inaspettato. Uno sguardo che però richiede tempo, di poter decifrare i segni del tempo. Il regista libanese risponde a modo suo, con 35’ di movimento incontrollato e musica techno. Il delirio non può che tradursi in un’adrenalina continua, in uno sguardo drogato, sotto effetto crack e cocaina, una serie di sussurri e grida, bui e fermi immagine e poi proclami folli: “salverò il mondo con una pipa da crack”. E non più giocattoli rotti, ma mura crollate, cadaveri reali, bruciati, sfigurati, bloccati in un immobilità innaturale, perché la morte (questa morte) forse tutto è fuorché naturale. Un altro film fatto di macerie. Da quelle del passato a quelle del presente, tutto un susseguirsi di macerie. Forse l’eternità stessa non è che maceria, simulacro di vita. Ma una frase di Douglas Sirk arriva a strapparci dalla morte. E’ soprattutto in guerra che acquista un senso la parola amore. Qui.
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